Seminario: “Viaggio nella Macroeconomia del ‘900: da Keynes agli approcci contemporanei.

10532508_955996611098795_2795550574818021369_n“Le idee degli economisti e dei filosofi politici, tanto quelle giuste quanto quelle sbagliate, sono più potenti di quanto comunemente si creda. In realtà il mondo è governato da poco altro. Gli uomini pratici, che si ritengono completamente liberi da ogni influenza intellettuale, sono generalmente schiavi di qualche economista defunto.”
John Maynard Keynes, Teoria Generale dell’Occupazione, dell’Interesse e della Moneta, 1936.

Il gruppo della Sapienza di Rethinking Economics organizza un seminario sul pensiero macroeconomico del ‘900, a cui prenderanno parte il professor Claudio Sardoni, docente di Macroeconomia di Scienze Politiche e la professoressa Bruna Ingrao, ex docente di Storia del Pensiero Economico presso la stessa facoltà.

Lo scopo del seminario è di fornire una panoramica approfondita delle principali teorie sull’occupazione, sulla crescita e sul ciclo economico dalla pubblicazione della Teoria Generale fino ai giorni nostri.
Gli incontri avranno durata di due ore (per un totale di quattordici). È prevista una prova finale per il rilascio di 3 CFU.
Le lezioni si terranno alle ore 12:30 nell’aula 13 della palazzina Tuminelli con il seguente programma:

26 Marzo: Keynes e la sintesi neoclasssica

9 Aprile: altre interpretazioni di Keynes: Postkeynesiani

16 Aprile: altre interpretazioni di Keynes: Disequilibrio – prezzi fissi

23 Aprile: nuova macroeconomia classica

30 Aprile: nuovi keynesiani

7 Maggio: sviluppi postkeynesiani

14 Maggio: sviluppi mainstream

21 Maggio: Presentazione finale a gruppi

Tutti quelli interessati dovranno mandare una mail al nostro indirizzo (lezionieconomiaeterodossa@gmail.com), entro le 20:00 di mercoledì 8 Marzo con oggetto “partecipazione seminario”, specificando:

– il corso di provenienza
– la tipologia di laurea
– l’anno di appartenenza
– la matricola

Verrà data precedenza agli iscritti di Scienze Politiche, di Economia e di Statistica (triennale e magistrale) che devono ancora conseguire i crediti formativi, ed in seguito agli iscritti di altre facoltà.

https://www.facebook.com/events/1563953320540108/

Il Quantitative Easing: Lo “stimolo quantitativo” che può mandare in blocco l’Eurozona!

Articolo postato dal Prof. Andrea Terzi sul suo blog – http://www.ateconomics.com/category/italian/

Il tema delle politiche anti-crisi, in questi anni difficili di caduta dei redditi e scomparsa del lavoro, è da tempo entrato di prepotenza nelle case italiane, nei forum e nei blog. E persino ilQE, il “Quantitative Easing”, una volta conosciuto solo dagli specialisti (e a lungo ignorato persino dai manuali di economia monetaria) è ormai un’espressione da titolo di prima pagina. È dunque del tutto opportuno che qualcuno spieghi cos’è. Soprattutto nel momento in cui tutti si aspettano che Mario Draghi dia il via, giovedì prossimo, alla politica di QE in Europa.

L’espressione si usa sempre in inglese, benché si possa efficacemente tradurlo come “stimolo quantitativo”. Nondimeno, il termine originale è giapponese.

Nasce a metà anni degli anni ’90. E a coniarlo (in giapponese) fu Richard Werner, uno degli autori di Euroland and the World Economy, da me curato con Jörg Bibow, dove prima della crisi spiegavamo che l’Eurozona si trovava su un sentiero insostenibile. Lo coniò per fare il titolo di un suo articolo uscito in Giappone. La frase fu poi tradotta in inglese, usata ufficialmente dalla Banca del Giappone, e finalmente diffusa a piene mani nella comunicazione della Federal Reserve americana. E ora in arrivo anche nell’Europa dell’euro.

Ma che genere di politica monetaria è il QE?

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Di una economia di mercato compatibile con la socializzazione delle sovrastrutture finanziarie

Articolo ripreso da gondrano.blogspot.com, originariamente pubblicato sul «Giornale degli economisti e annali di economia», 1971, 9-10, pp. 664-84.

SOMMARIO: 1. Premessa. – 2. Richiami a una indagine americana del 1955 sul funzionamento del mercato di borsa. – 3. Il caso dell’IOS, a distanza di un quindicennio, e i suoi aspetti più clamorosi. – 4. La “sovranità” del risparmiatore e la sua manipolazione da parte dell’intermediazione specializzata. – 5. Mercato azionario e efficienza economica nel periodo breve. – 6. L’efficienza allocativa dei mercati finanziari nel periodo lungo. – 7. Se la borsa sia un efficace guardiano dell’efficienza dell’impiego delle risorse allocate per suo tramite. – 8. Una proposta recente di centralizzazione nazionale delle operazioni di borsa. – 9. Possibilità di soluzioni che portino a un rigetto della borsa e del suo folklore.

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Real resources are available but not used, why?

(Questo post è stato pubblicato sul blog del professor Bill Mitchell in occasione della sua visita in Italia)

Its Friday and I am writing a short blog only. A lot of people I meet find it hard to understand what a cost is in economics. They are too accounting oriented, in the sense that think a dollar sign on a piece of paper (such as a fiscal statement) represents a cost. In some contexts, it is sensible to think about dollars but when considering what a government should do, the only thing that really matters is the real resource cost. That may be calibrated in dollar terms but is not a monetary amount. In walking around three large Italian cities in the last week (Florence, Rome and Milan) I saw a lot of idle resources. The real costs of this idleness are massive – lost production, lost real income, lost lives. I saw many people not working and many others trying to scratch out an income selling trinkets on street corners. I also saw rubbish and urban decay everywhere such that the urban amenity was severely diminished. I didn’t see a shortage of productive jobs that could be done to improve the civic (public) parts of Italian life. But no-one was doing them. Why? The potential jobs were latent only because there was no-one willing to pay the idle workers to perform these productive tasks. That happens when there is a shortage of spending and has nothing to do with structural parameters.

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La piena occupazione è possibile e auspicabile

(L’articolo è tratto dal sito di Pandora- Rivista di Teoria e Politica)

Fra le mille fanfare che suonano gioiose in onore della rottamazione e del rinnovamento, l’Italia resta attraversata da una serie di note stonate. Secondo le più recenti stime dell’Istat Il PIL italiano si è contratto dello 0,1% nel secondo trimestre del 2014 e i disoccupati sono circa 3 milioni 236 mila (in aumento dell’1,5% rispetto al mese precedente e dell’1,8% su base annua), di cui ben 698 mila fra i 15 e i 24 anni.

Il tutto all’interno di un quadro storico nel quale secondo gli ultimi rapporti del Centro Studi Confindustria sono andati in fumo circa 2 milioni di posti di lavoro a partire dal 2007 e più che di “crisi economica”, pertanto, sarebbe più corretto parlare di una vera e propria ristrutturazione dell’economia europea ed italiana.

Di fronte a questo scenario la politica italiana è incapace di proporre un insieme coerente di misure per il rilancio e a causa dei vincoli europei essa si trova di fatto costretta ad attuare le uniche due manovre che rispondono ai desiderata di Bruxelles: l’aumento della disoccupazione e l’attacco alle tutele dell’occupazione esistente. Un combinato disposto di sacrifici che secondo l’austera linea politica della Commissione e delle altre istituzioni europee sarebbe in grado di abbattere i costi delle imprese, stimolare l’investimento privato e perciò incrementare l’occupazione una volta che la stagione dei tagli avrà dato i suoi frutti.

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Una sintesi eterodossa: Michał Kalecki

kalecki

È possibile creare una macroeconomia alternativa? Fino a che punto l’indagine microeconomica è l’unica veramente valida e realistica? Ragionare sulla piena occupazione, sulle differenze di classe e sul ruolo attivo dello stato è utopistico e inutile? Tradizioni diverse possono incontrarsi e influenzarsi tra loro nella formulazione di un nuovo approccio economico?(continua su Rethinking Economics Italia…)

Social Democracy for the 21st Century: A Post Keynesian Perspective

Lee on Post Keynesian Price Theory in The Oxford Handbook of Post-Keynesian Economics

(postato da socialdemocracy21stcentury.blogspot.it il 13/10/2013)

Frederic S. Lee has a useful and up-to-date chapter on Post Keynesian price theory in The Oxford Handbook of Post-Keynesian Economics. Volume 1: Theory and Origins (Oxford, 2013). I summarise the main points below.

The crucial conclusions from empirical investigation of real world capitalist price systems are as follows:

(1) administered prices make up somewhere between about 50–70% of prices in modern market economies (for direct evidence for these percentages in, for example, the Eurozone, see Fabiani et al. 2006: 18, Table 4).

(2) in these widespread administered, fixprice markets, prices are not primarily a mechanism for economic coordination in the neoclassical sense, but a method by which a business obtains and stabilises its income and profits, in order to support the survival of the busines (Lee 2013: 467–468). Administered prices are not market clearing prices, nor are they set in order to equate marginal costs to marginal revenue. Administered prices are set before the sale or exchange takes place and sometimes even before production (Lee 2013: 470). They are not the product of competitive bidding in a Walrasian auction-like market or a haggling process familiar from bazaars (Lee 2013: 474).

Rather, intense price competition is often shunned by businesses because competition via flexible prices and price wars will drive many enterprises toward bankruptcy. Hence administered prices provide a way by which private businesses control and avoid the uncertainty attached to intense and destructive price competition (Lee 2013: 476).

(3) administered price businesses are not concerned with maximisation of profits in the neoclassical sense. Rather, they wish to create a steady flow of income and stable profit to maintain and grow their business, increase market share, engage in new investment and/or produce new products, and so pursuit of profit can be conceived of as an “intermediate objective” (Lee 2013: 468). When possible, profits are generally increased by increasing the profit markup and reducing costs, rather than adjusting prices in response to demand changes.

(4) an administered price is calculated from average total costs (ATC) at a given capacity utilisation or output plus profit markup. Average total costs (ATC) are broken down into product average direct costs (ADC) and average overhead costs (AOHC) (Lee 2013: 469). In an industry where competition exists, the outcome is normally that a “price leader” – the largest and most successful producer or producers – set a profit markup and price for the product that strongly influences other businesses (Lee 2013: 473).

(5) depending on the market, administered prices are reviewed and possibly changed from 3 month periods to a year (Lee 2013: 474), and even then changes in price will generally be driven by costs of factor inputs.

(6) the most recent empirical evidence suggests that many modern administered price businesses often do not reduce their prices when factor input prices decrease, if they can avoid it. Instead, the business will increase its profit markup and maintain prices – a factor that tends to re-enforce the downward rigidity of prices in modern market economies (Lee 2013: 475; Álvarez et al. 2006).

BIBLIOGRAPHY
Álvarez, L. J., Dhyne, E., Hoeberichts, M., Kwapil, C., Le Bihan, H., Lünnemann, P., Martins, F., Sabbatini, R., Stahl, H., Vermeulen, P. and J. Vilmunen. 2006. “Sticky Prices in the Euro Area: A Summary of New Micro-Evidence,” Journal of the European Economic Association 4.2–3: 575–584.

Fabiani, S., M. Druant, I. Hernando, C. Kwapil, B. Landau, C. Loupias, F. Martins, T. Mathä, R. Sabbatini, H. Stahl and A. Stokman. 2006. “What Firms’ Surveys tell us about Price-Setting Behavior in the Euro Area,” International Journal of Central Banking 2.3: 3–47.

Lee, Frederic S. 2013. “Post-Keynesian Price Theory: From Pricing to Market Governance to the Economy as a Whole,” in G. C. Harcourt and Peter Kriesler (eds.), The Oxford Handbook of Post-Keynesian Economics. Volume 1: Theory and Origins. Oxford University Press, Oxford and New York. 467–484.