Di una economia di mercato compatibile con la socializzazione delle sovrastrutture finanziarie

Articolo ripreso da gondrano.blogspot.com, originariamente pubblicato sul «Giornale degli economisti e annali di economia», 1971, 9-10, pp. 664-84.

SOMMARIO: 1. Premessa. – 2. Richiami a una indagine americana del 1955 sul funzionamento del mercato di borsa. – 3. Il caso dell’IOS, a distanza di un quindicennio, e i suoi aspetti più clamorosi. – 4. La “sovranità” del risparmiatore e la sua manipolazione da parte dell’intermediazione specializzata. – 5. Mercato azionario e efficienza economica nel periodo breve. – 6. L’efficienza allocativa dei mercati finanziari nel periodo lungo. – 7. Se la borsa sia un efficace guardiano dell’efficienza dell’impiego delle risorse allocate per suo tramite. – 8. Una proposta recente di centralizzazione nazionale delle operazioni di borsa. – 9. Possibilità di soluzioni che portino a un rigetto della borsa e del suo folklore.

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Social Democracy for the 21st Century: A Post Keynesian Perspective

Lee on Post Keynesian Price Theory in The Oxford Handbook of Post-Keynesian Economics

(postato da socialdemocracy21stcentury.blogspot.it il 13/10/2013)

Frederic S. Lee has a useful and up-to-date chapter on Post Keynesian price theory in The Oxford Handbook of Post-Keynesian Economics. Volume 1: Theory and Origins (Oxford, 2013). I summarise the main points below.

The crucial conclusions from empirical investigation of real world capitalist price systems are as follows:

(1) administered prices make up somewhere between about 50–70% of prices in modern market economies (for direct evidence for these percentages in, for example, the Eurozone, see Fabiani et al. 2006: 18, Table 4).

(2) in these widespread administered, fixprice markets, prices are not primarily a mechanism for economic coordination in the neoclassical sense, but a method by which a business obtains and stabilises its income and profits, in order to support the survival of the busines (Lee 2013: 467–468). Administered prices are not market clearing prices, nor are they set in order to equate marginal costs to marginal revenue. Administered prices are set before the sale or exchange takes place and sometimes even before production (Lee 2013: 470). They are not the product of competitive bidding in a Walrasian auction-like market or a haggling process familiar from bazaars (Lee 2013: 474).

Rather, intense price competition is often shunned by businesses because competition via flexible prices and price wars will drive many enterprises toward bankruptcy. Hence administered prices provide a way by which private businesses control and avoid the uncertainty attached to intense and destructive price competition (Lee 2013: 476).

(3) administered price businesses are not concerned with maximisation of profits in the neoclassical sense. Rather, they wish to create a steady flow of income and stable profit to maintain and grow their business, increase market share, engage in new investment and/or produce new products, and so pursuit of profit can be conceived of as an “intermediate objective” (Lee 2013: 468). When possible, profits are generally increased by increasing the profit markup and reducing costs, rather than adjusting prices in response to demand changes.

(4) an administered price is calculated from average total costs (ATC) at a given capacity utilisation or output plus profit markup. Average total costs (ATC) are broken down into product average direct costs (ADC) and average overhead costs (AOHC) (Lee 2013: 469). In an industry where competition exists, the outcome is normally that a “price leader” – the largest and most successful producer or producers – set a profit markup and price for the product that strongly influences other businesses (Lee 2013: 473).

(5) depending on the market, administered prices are reviewed and possibly changed from 3 month periods to a year (Lee 2013: 474), and even then changes in price will generally be driven by costs of factor inputs.

(6) the most recent empirical evidence suggests that many modern administered price businesses often do not reduce their prices when factor input prices decrease, if they can avoid it. Instead, the business will increase its profit markup and maintain prices – a factor that tends to re-enforce the downward rigidity of prices in modern market economies (Lee 2013: 475; Álvarez et al. 2006).

BIBLIOGRAPHY
Álvarez, L. J., Dhyne, E., Hoeberichts, M., Kwapil, C., Le Bihan, H., Lünnemann, P., Martins, F., Sabbatini, R., Stahl, H., Vermeulen, P. and J. Vilmunen. 2006. “Sticky Prices in the Euro Area: A Summary of New Micro-Evidence,” Journal of the European Economic Association 4.2–3: 575–584.

Fabiani, S., M. Druant, I. Hernando, C. Kwapil, B. Landau, C. Loupias, F. Martins, T. Mathä, R. Sabbatini, H. Stahl and A. Stokman. 2006. “What Firms’ Surveys tell us about Price-Setting Behavior in the Euro Area,” International Journal of Central Banking 2.3: 3–47.

Lee, Frederic S. 2013. “Post-Keynesian Price Theory: From Pricing to Market Governance to the Economy as a Whole,” in G. C. Harcourt and Peter Kriesler (eds.), The Oxford Handbook of Post-Keynesian Economics. Volume 1: Theory and Origins. Oxford University Press, Oxford and New York. 467–484.

“Finiranno per riscoprire Keynes” – Federico Caffè

(postato da keynesblog il e pubblicato sul manifesto il 4 dicembre 1981. Da: Federico Caffè, “Scritti quotidiani”, manifestolibri, 2007)

Federico-Caffè«Di continuo egli affermava che il rischio nell’adottare la scelta apparentemente più audace era molto inferiore al rischio dell’inazione. E considerava che persone oltremodo caute, poste in posizioni di responsabilità, costituissero pericolose passività per la nazione». Cosi Harrod nella sua Vita di J. M. Keynes. Tutto induce a pensare che la recessione di cui sembrano avvertirsi sintomi sempre più preoccupanti, indurrà a una riconsiderazione del fondamentale messaggio keynesiano, che conserva la sua validità indipendentemente dalle «politiche» le quali vanno, naturalmente, adattate ai tempi e non possono essere codificate una volta per tutte.

L’inazione ha come determinanti essenziali gli interessi costituiti, ma anche la pigrizia mentale. Ora che anche la pubblicistica in grado di avere una qualche influenza sulla pubblica opinione ha avuto l’illuminazione di rendersi conto che occorrerebbe operare per ridurre la dipendenza del nostro paese dall’estero e per sostenere la domanda interna, viene fatto di riflettere al tempo perduto rispetto ai tentativi compiuti, sul piano intellettuale, proprio per orientare le decisioni di politica economica in queste direzioni. Gli interessi costituiti che favoriscono l’inazione sono sin troppo evidenti: si tratta della pretesa del padronato di ristabilire nelle fabbriche un «ordine» basato sulla intimidazione e su una incontrollata libertà di decisione compatibile soltanto con una considerazione dei lavoratori come soggetti passivi della produzione. Lo schermo delle rigidità, salariali e d’altro genere, è caratteristico dei tempi in cui manca la capacità di comprendere gli eventi, in quanto si continua a interpretarli sulla base di schemi mentali superati. Gli anni trenta furono tipici, al riguardo, per l’insistito convincimento che fosse sufficiente ridurre i salari per superare la recessione. E invece il meccanismo non era più in grado di operare, in quanto erano cambiati i presupposti per la sua validità concettuale e pratica.

È singolare che proprio dal presidente di una banca centrale sia stata ricordata, di recente, un’affermazione di Keynes espressa nell’immediato primo dopoguerra, allorché egli ebbe a considerare con allarme la circostanza che «le persone poste in posizioni di responsabilità affrontavano i problemi del modificato mondo del dopoguerra con opinioni e idee ancorate alla situazione prebellica” (Discorso di Karl Pöhl, presidente della Deutsche Bundesbank, all’Istituto di studi bancari e finanziari di Parigi). È questo sfasamento tra fatti nuovi e idee vecchie che è la ragione di fondo delle crisi, anche nei loro risvolti conflittuali.

È difficile dire in quale misura il richiamo a Keynes abbia ispirato le ulteriori considerazioni di Karl Pöhl: «i problemi che ci troviamo a dover fronteggiare hanno origini proprie e nessun automatismo ci consentirà di liberarcene con un processo di salvamento privo di pene. Il ritorno a regole meccaniche, ad automatismi, rappresenta una comprensibile reazione a una persistente manipolazione della moneta come strumento della politica pubblica. Ma la moneta non è in grado di regolarsi da sola e dobbiamo accettare la responsabilità che da ciò discende». Con questo egli intendeva manifestare il suo scetticismo sia nei confronti del monetarismo che della possibilità del ritorno al sistema aureo. Ma su questa strada si può procedere oltre: rendendosi conto che molti altri processi del sistema economico-finanziario moderno non sono in grado di regolarsi da soli e richiedono un intervento attivo e discrezionale. Il che significa poi ritrovare il senso dell’esigenza di una regolamentazione della domanda globale, in termini che consentano di tener conto sia delle potenzialità costituite dalle risorse, umane e materiali, disoccupate, sia dei vincoli derivanti dal persistere, in varia misura, di tensioni inflazionistiche. L’anomalia di questa situazione «perversa» ha accresciuto le responsabilità di chi ha il compito di realizzare le politiche adatte ai tempi e alle circostanze. Ma non si può pensare di eludere queste responsabilità con il ripristino o con l’abolizione di automatismi che hanno una mera funzione o di fata morgana, o di capro espiatorio.

Federico Caffè