Il Quantitative Easing: Lo “stimolo quantitativo” che può mandare in blocco l’Eurozona!

Articolo postato dal Prof. Andrea Terzi sul suo blog – http://www.ateconomics.com/category/italian/

Il tema delle politiche anti-crisi, in questi anni difficili di caduta dei redditi e scomparsa del lavoro, è da tempo entrato di prepotenza nelle case italiane, nei forum e nei blog. E persino ilQE, il “Quantitative Easing”, una volta conosciuto solo dagli specialisti (e a lungo ignorato persino dai manuali di economia monetaria) è ormai un’espressione da titolo di prima pagina. È dunque del tutto opportuno che qualcuno spieghi cos’è. Soprattutto nel momento in cui tutti si aspettano che Mario Draghi dia il via, giovedì prossimo, alla politica di QE in Europa.

L’espressione si usa sempre in inglese, benché si possa efficacemente tradurlo come “stimolo quantitativo”. Nondimeno, il termine originale è giapponese.

Nasce a metà anni degli anni ’90. E a coniarlo (in giapponese) fu Richard Werner, uno degli autori di Euroland and the World Economy, da me curato con Jörg Bibow, dove prima della crisi spiegavamo che l’Eurozona si trovava su un sentiero insostenibile. Lo coniò per fare il titolo di un suo articolo uscito in Giappone. La frase fu poi tradotta in inglese, usata ufficialmente dalla Banca del Giappone, e finalmente diffusa a piene mani nella comunicazione della Federal Reserve americana. E ora in arrivo anche nell’Europa dell’euro.

Ma che genere di politica monetaria è il QE?

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Real resources are available but not used, why?

(Questo post è stato pubblicato sul blog del professor Bill Mitchell in occasione della sua visita in Italia)

Its Friday and I am writing a short blog only. A lot of people I meet find it hard to understand what a cost is in economics. They are too accounting oriented, in the sense that think a dollar sign on a piece of paper (such as a fiscal statement) represents a cost. In some contexts, it is sensible to think about dollars but when considering what a government should do, the only thing that really matters is the real resource cost. That may be calibrated in dollar terms but is not a monetary amount. In walking around three large Italian cities in the last week (Florence, Rome and Milan) I saw a lot of idle resources. The real costs of this idleness are massive – lost production, lost real income, lost lives. I saw many people not working and many others trying to scratch out an income selling trinkets on street corners. I also saw rubbish and urban decay everywhere such that the urban amenity was severely diminished. I didn’t see a shortage of productive jobs that could be done to improve the civic (public) parts of Italian life. But no-one was doing them. Why? The potential jobs were latent only because there was no-one willing to pay the idle workers to perform these productive tasks. That happens when there is a shortage of spending and has nothing to do with structural parameters.

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La piena occupazione è possibile e auspicabile

(L’articolo è tratto dal sito di Pandora- Rivista di Teoria e Politica)

Fra le mille fanfare che suonano gioiose in onore della rottamazione e del rinnovamento, l’Italia resta attraversata da una serie di note stonate. Secondo le più recenti stime dell’Istat Il PIL italiano si è contratto dello 0,1% nel secondo trimestre del 2014 e i disoccupati sono circa 3 milioni 236 mila (in aumento dell’1,5% rispetto al mese precedente e dell’1,8% su base annua), di cui ben 698 mila fra i 15 e i 24 anni.

Il tutto all’interno di un quadro storico nel quale secondo gli ultimi rapporti del Centro Studi Confindustria sono andati in fumo circa 2 milioni di posti di lavoro a partire dal 2007 e più che di “crisi economica”, pertanto, sarebbe più corretto parlare di una vera e propria ristrutturazione dell’economia europea ed italiana.

Di fronte a questo scenario la politica italiana è incapace di proporre un insieme coerente di misure per il rilancio e a causa dei vincoli europei essa si trova di fatto costretta ad attuare le uniche due manovre che rispondono ai desiderata di Bruxelles: l’aumento della disoccupazione e l’attacco alle tutele dell’occupazione esistente. Un combinato disposto di sacrifici che secondo l’austera linea politica della Commissione e delle altre istituzioni europee sarebbe in grado di abbattere i costi delle imprese, stimolare l’investimento privato e perciò incrementare l’occupazione una volta che la stagione dei tagli avrà dato i suoi frutti.

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