Povertà e sottosviluppo: la geografia della fame

(articolo ripreso da treccani.it)

La povertà all’alba del 21° secolo

Agli inizi del 21° spooec., il mondo contemporaneo è un universo di disuguaglianze estreme. Nonostante l’incertezza delle stime, sappiamo che è vastissima la popolazione dei poveri e poverissimi che soffrono di carenze nell’alimentazione e di disagi nell’alloggio, che non riescono a tutelare i figli nella prima infanzia, stentando a educarli o a crescerli, che faticano a condurre un’esistenza dignitosa e sono esposti a gravi rischi nel corso della vita. Secondo gli ultimi calcoli della Banca mondiale (nei quali il potere di acquisto è stimato in termini reali e ai prezzi del 2005), nei Paesi in via di sviluppo vivevano in condizioni di povertà (cioè in famiglie con una spesa quotidiana per consumi inferiore a 2 dollari al giorno per persona) e di povertà estrema (spesa inferiore a 1,25 dollari) rispettivamente 2,872 e 1,696 miliardi di persone nel 1999 e 2,561 e 1,377 nel 2005 (Chen, Ravallion 2008; v. tab. e figg. 1 e 2). Nel 2005 la povertà, con il suo carico di sofferenza, era esperienza di vita quotidiana per ben più di un terzo degli esseri umani sulla Terra; nei Paesi in via di sviluppo il 47% della popolazione viveva in povertà e il 25,2% in povertà estrema.

Queste stime valutano la povertà assoluta in base a un paniere di consumo minimo, al di sotto del quale la persona vive in stato di grave privazione. Le linee della povertà assoluta marcano soglie di reddito in termini di potere di acquisto stimate a partire dalla valutazione del tenore di vita nei Paesi in via di sviluppo. L’intensità o profondità della povertà misura la distanza dei consumi quotidiani dalla soglia stessa della povertà estrema, ed è un importante indicatore della severità della povertà tra i gruppi più svantaggiati dei poverissimi. L’incidenza della povertà assoluta misura la percentuale dei poveri o dei poverissimi sul totale della popolazione in uno Stato o in un’area geografica; dall’incidenza della povertà e dai dati sulla popolazione si stimano i numeri delle persone povere. Le istituzioni statistiche di molti Paesi in via di sviluppo valutano con proprie stime le soglie di povertà nella valuta nazionale. È evidente che esiste un grado di arbitrarietà o di convenzione nel determinare il limite del tenore di vita accettabile e nella demarcazione netta delle linee della povertà assoluta; divergenze sono possibili tra le soglie stabilite a livello nazionale e quelle calcolate nei confronti internazionali, anche per stime diverse dei prezzi al consumo e quindi del reale potere di acquisto.

La contabilità internazionale della povertà è stata elaborata dalla Banca mondiale a partire dal 1990, con indagini campionarie sui consumi delle famiglie periodicamente aggiornate. Le stime coprono nel 2008 più del 90% della popolazione dei Paesi in via di sviluppo. Studiosi e centri di ricerca indipendenti rielaborano o integrano i dati disponibili da questa fonte. Per comparare i consumi tra Paesi che usano valute diverse, i redditi delle soglie di povertà in valuta nazionale sono convertiti in dollari, a valori medi del tasso di cambio. Le stime in dollari sono corrette per arrivare alla parità di potere di acquisto, cioè per tenere conto del fatto che i beni di consumo hanno prezzi diversi nei vari Paesi in rapporto alle condizioni locali. Le ultime indagini sui prezzi per calcolare la parità di potere di acquisto hanno coperto 146 Paesi, inclusi circa 100 in via di sviluppo. Con la correzione dall’anno base 1993 all’anno base 2005, le stime della povertà estrema nel 2005 aggiungevano 400 milioni di poverissimi al miliardo precedentemente stimato.

Dove vivono i poveri individuati secondo le linee della povertà assoluta? Dai dati della Banca mondiale ne risulta evidente la concentrazione in alcune aree geografiche. La povertà estrema è un problema gravissimo e diffuso nel continente africano, ed è severa nel subcontinente indiano. Nel 2005 viveva in tali condizioni il 51,2% della popolazione nell’Africa subsahariana e il 40,3% nell’Asia meridionale (il 41,6% in India). L’incidenza della povertà estrema era invece scesa al 15,9% in Cina e all’8,4% in America Latina e nei Caraibi. La povertà non estrema coinvolge larga parte della popolazione in Asia e fasce rilevanti in America Latina. Sotto la soglia dei 2 dollari viveva nel 2005 il 38,7% della popolazione nell’Asia orientale e nel Pacifico (il 36,3% in Cina), il 16,6% in America Latina e nei Caraibi, il 73% nell’Africa subsahariana e il 73,9% nell’Asia meridionale (75,6% in India). Le cifre spaventosamente alte nel numero dei poveri sono legate alla crescita della popolazione mondiale: agli inizi del 21° sec. oltre 6 miliardi di persone, già 6,8 miliardi nel 2009. La dinamica demografica è stata alta in Paesi che non hanno ancora avviato un processo solido e durevole di crescita economica, sia in Africa sia in Asia. Le regioni rurali del subcontinente indiano sono rimaste marginali, nonostante l’espansione nei settori dinamici dell’economia. Secondo calcoli prospettici, l’incidenza della povertà estrema nei Paesi in via di sviluppo scenderà appena sotto il 17% della popolazione nel 2015, con risultati diseguali tra le aree del mondo, per le prospettive di progresso in India e i miglioramenti modesti in Africa. Se si esclude dal computo la popolazione della Cina, l’incidenza della povertà estrema potrebbe restare al 25% nel 2015, con una maggiore concentrazione dei poverissimi nell’Africa subsahariana. Nonostante il declino nell’incidenza della povertà tra la fine del secolo scorso e l’inizio di quello nuovo, nel 2015 i poverissimi nel mondo sarebbero ancora 1 miliardo; ma è possibile che la crisi alimentare causata dagli aumenti nei prezzi dei cereali e del riso aggravi questa cifra, con stime che valutano l’incremento dei poveri a causa di tale crisi in circa 100 milioni di persone.

La geografia della povertà

La geografia della povertà ha una dimensione socio-economica, che guarda alle disuguaglianze di reddito all’interno di ogni Stato, e una geopolitica, che guarda alle disuguaglianze tra gli Stati. Vi sono persone povere, a causa delle profonde disuguaglianze di reddito, in Paesi che godono di condizioni di sviluppo solide e hanno un reddito medio relativamente elevato; ma vi sono Stati poveri, che hanno un prodotto interno lordo (PIL) così basso da offrire scarse opportunità di benessere alla popolazione, anche nelle più utopistiche ipotesi di distribuzione ugualitaria dei beni e servizi prodotti. La povertà nel mondo contemporaneo ha una geografia regionale a scala mondiale, dove spiccano gli Stati che sono ‘poveri’ per una limitata capacità nella produzione del reddito in rapporto alla popolazione (PIL pro capite). Secondo le stime della Banca mondiale, nel 2005 la produzione mondiale di reddito (calcolata in dollari a parità di potere di acquisto) era concentrata per il 61% nei Paesi ad alto reddito, per il 32% in quelli a medio reddito, dove vive il 48% della popolazione mondiale, e solo per il 7% in quelli a basso reddito, dove vive il 35% della popolazione (World bank 2008, p. 10). La stessa fonte stima che nel 2005 il 20% più ricco della popolazione mondiale abbia consumato circa il 76% dei beni e servizi privati globali, mentre il 20% più povero ne abbia consumato meno del 2%. La Banca mondiale classifica 210 nazioni e territori per livello di reddito pro capite, distinguendoli in quattro gruppi: ad alto reddito, a reddito medio di fascia alta o bassa, a basso reddito. I 49 Stati a basso reddito, con reddito pro capite pari o inferiore a 935 dollari, includono molti Stati africani, l’Afghānistān, il Pakistan, la Cambogia, il Vietnam, la Corea del Nord, il Myanmar, il Bangla Desh, il Nepal, alcune delle repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale, Haiti, lo Yemen, Papua Nuova Guinea. È evidente la concentrazione dei Paesi a basso reddito in Asia e soprattutto in Africa. In Africa si tratta di Stati di nuova indipendenza, con istituzioni ancora fragili, segnati da un passato comune: economie rurali, già devastate dalla tratta degli schiavi, soggette alla colonizzazione, lacerate nel primo periodo postcoloniale da instabilità politica e guerre civili, o ancora coinvolte in guerre regionali. Anche in Asia il gruppo dei Paesi a basso reddito comprende Stati segnati nella storia recente da conflitti devastanti o da dittature. Nei Paesi emergenti, esportatori di manufatti sui mercati mondiali, la povertà significa esclusione dai settori trainanti della crescita; nei Paesi produttori di materie prime energetiche, la povertà significa disuguaglianza, spesso estrema, tra ricchi e poverissimi, e può essere ulteriormente aggravata dal cattivo uso delle rendite minerarie.

La geografia della povertà a livello mondiale ha mappe locali frastagliate anche all’interno del singolo Paese, nella distribuzione del reddito per regioni, per gruppi sociali, per sesso, per fasce d’età o tra zone urbane e rurali. I poverissimi vivono prevalentemente nelle campagne dei Paesi in via di sviluppo; in questi Paesi, nel 2002 l’incidenza globale della povertà estrema era valutata al 30% tra la popolazione rurale e al 13% tra quella urbana (Chen, Ravallion 2007). Nei Paesi in via di sviluppo, le due macroregioni dell’Asia meridionale e dell’Africa subsahariana concentravano rispettivamente il 39,4% e il 22,3% degli urbani poveri, e il 46,2% e il 33,9% di quelli poverissimi. Sacche di povertà estrema persistevano nelle campagne in Cina, dove l’incidenza era stimata al 22,4% della popolazione rurale (meno dell’1% nelle città). Se in Asia orientale la povertà era rurale (meno del 7% dei poverissimi vivevano nelle città), in Asia meridionale e in Africa l’alta incidenza della povertà urbana si accompagnava all’incidenza ancor più severa della miseria rurale. La povertà estrema in India era alta anche nelle città, pur con incidenza inferiore a quella delle campagne (39,3% contro 43,6%). Faceva eccezione l’America Latina, dove la maggioranza dei poveri (65,5%) e poverissimi (59%) viveva nelle città.

Si riconoscono ‘centri’ e ‘periferie’, al plurale, perché se divari enormi esistono ancora tra il nucleo dei Paesi di più antica industrializzazione e il resto del mondo, processi di convergenza sono in corso per la crescita economica negli Stati più popolosi dell’Asia (Cina, India e Indonesia) e nelle economie asiatiche emergenti (Malaysia, Thailandia), per il consolidarsi della crescita in Brasile, per la ripresa in corso in alcune economie africane. Le mappe della povertà nei Paesi in via di sviluppo sono in movimento; fasce di popolazione emergono dalla miseria secolare, mentre nuovi poveri vi precipitano o poveri di sempre vi rimangono intrappolati. In alcune regioni, come l’America Latina o l’Africa, a seguito delle migrazioni dei poverissimi verso le città e del maggior costo della vita in città, sale il peso relativo della povertà urbana (urbanizzazione della povertà). Al contrario, sembra crescere in termini relativi la povertà rurale in Cina o nella macroregione costituita dall’Europa orientale e dall’Asia centrale, dove marginalità ed esclusione frenano l’economia delle campagne.

La povertà non è nel panorama del 21° sec. un destino storico immutabile, né per le collettività nazionali né per i singoli gruppi. Nell’ultimo ventennio del 20° sec., importanti successi sono stati raggiunti nella riduzione della povertà a livello mondiale, con cifre che restano controverse (Chen, Ravallion 2007; Sala-i-Martin 2006). Secondo le stime più aggiornate, la percentuale dei poveri nei Paesi in via di sviluppo è scesa tra il 1981 e il 2005 dal 69,2% al 47%, grazie soprattutto allo spettacolare declino della povertà in Cina (dal 97,8% al 36,3%), iniziato negli anni Ottanta del 20° secolo. La minore incidenza della povertà in altre regioni, come l’Asia meridionale (dall’86,5% al 73,9%) o l’America Latina (dal 22,5% al 16,6%), non è stata tale da ridurre il numero totale dei poveri a fronte della crescita della popolazione. Tra il 1981 e il 2005 il numero dei poverissimi è sceso di 519,5 milioni, grazie alla riduzione della povertà estrema in Cina; ma è quasi raddoppiato (da 639 milioni a 1,185 miliardi) il numero di coloro che, sebbene siano sfuggiti alla povertà estrema, si sono collocati nella fascia compresa tra 1,25 e 2 dollari al giorno, in condizioni comunque di persistente vulnerabilità (Chen, Ravallion 2008, p. 21). I risultati sono disuguali nella distribuzione geografica. L’incidenza della povertà (meno di 2 dollari al giorno) è stagnante nell’Africa subsahariana (dal 74% del 1981 al 73% del 2005), anche se con alcuni picchi di crescita nel corso degli anni Ottanta e Novanta. All’inizio del 21° sec., al progresso della Cina non corrisponde un miglioramento in altre regioni in via di sviluppo. Tra il 1999 e il 2005 l’Africa subsahariana non ha visto diminuire in assoluto il numero dei suoi poveri, che è anzi aumentato (+48,2 milioni), così com’è avvenuto in India (+44,9 milioni).

Problemi di povertà che questi dati non segnalano vi sono in Europa, nell’America Settentrionale, in Giappone, in Australia, in società dove il reddito prodotto è sufficiente a garantire, in linea teorica, consumi pro capite ben sopra la linea della povertà assoluta. Nel valutare il benessere, ci si rapporta alle condizioni prevalenti nell’ambiente in cui si vive, raggiungibili nell’orizzonte di un realistico miglioramento del tenore di vita. Le misure di povertà relativa indicano la distanza del paniere di consumo abituale dal tenore di vita prevalente nel contesto sociale, dove la persona o il nucleo familiare vivono, stimando in percentuale il reddito goduto da una persona, nel suo nucleo familiare, in rapporto al reddito medio del Paese. Con maggiore precisione, la soglia della povertà relativa è calcolata come un reddito pari al 50% del reddito mediano. Nelle società opulente l’indigenza colpisce fasce della popolazione in condizioni di marginalità o escluse dal circuito della produzione e della percezione del reddito. Nuovi poveri, in senso relativo, sono gli anziani con pensioni basse, i giovani con redditi volatili, le famiglie molto numerose, i disoccupati a lungo termine, le persone con basso grado di istruzione o confinate in ghetti urbani o aree a basso reddito, le minoranze emarginate. La povertà relativa può essere amaramente sofferta, anche se il reddito consente di appagare i bisogni primari, perché la percezione del benessere è rapportata ai consumi che le relazioni sociali indicano adatti a una vita dignitosa e soddisfacente. La povertà relativa è patita non solo come privazione oggettiva nell’accesso a più godibili esperienze vitali, ma come esclusione dallo status, che dà stima e riconoscimento nelle relazioni con gli altri. In tutte le società, i consumi sono segnali di status: indicano la posizione della persona nella gerarchia del valore, del potere, del riconoscimento pubblico. Vi è ampio spazio di controversia nel valutare le soglie della povertà relativa all’interno dei Paesi sviluppati, anche perché le opportunità offerte ai cittadini con redditi bassi dai servizi pubblici sono diverse da uno Stato all’altro o nelle regioni della stessa nazione, e tutelano con minore o maggior efficacia dalle privazioni dell’indigenza. È evidente, però, che la povertà assoluta, che mette a rischio la vita e la salute propria e delle persone care, impedisce la fruizione della cultura e dei diritti, espone alla prepotenza dei propri simili o delle autorità, risulta incommensurabile ai disagi di una sia pur dolorosa povertà relativa.

Le molte facce della povertà

Le durezze della vita vissuta in povertà toccano aspetti dell’esistenza personale e sociale che non sono efficacemente catturati dal solo paniere di consumo. Sono privazioni che i poveri soffrono nella stima sociale e nell’autostima, negli affetti, nella sicurezza di vita, nella capacità di garantire un futuro ai figli, nell’accesso ai diritti civili e politici, e possono avere conseguenze persistenti sull’arco di più generazioni.

La povertà significa carenze nutrizionali, che possono pregiudicare la crescita dei minori e avere effetti negativi sulla salute in età adulta, anche quando non pongono a rischio di morte per fame. La denutrizione cronica o l’alimentazione priva di varietà e adeguato apporto di nutrienti espongono alle malattie le persone che ne patiscono. Malaria, tubercolosi, malattie polmonari, infezioni intestinali, malattie infettive, colpiscono con maggiore facilità le popolazioni con basse difese immunitarie, a seguito di denutrizione o cattiva alimentazione. L’epidemia di AIDS che colpisce così duramente le popolazioni africane è legata anche a sindromi complesse di carenze nutrizionali e cattivo stato di salute. I bambini poverissimi nella prima infanzia sono esposti a malattie infettive e disturbi intestinali, che hanno effetti devastanti in stato di sottonutrizione, mentre potrebbero essere curati in buone condizioni sanitarie e in una situazione nutrizionale e di salute normale. Uno degli aspetti drammatici della povertà rurale è, in molte zone, l’impossibilità di avere accesso all’acqua potabile. La provvista dell’acqua assorbe ore di lavoro, con sforzo fisico, soprattutto da parte delle donne che vi provvedono; sono ore sottratte ad altri compiti, che pesano nell’equilibrio energetico precario di chi non ha nutrimento sufficiente. Con razioni di acqua limitate o di cattiva qualità, è difficile mantenere l’igiene nella preparazione del cibo, nella cura della persona, nella protezione dalle malattie per contagio. Il colera è endemico in molte zone dove la popolazione ha scarso accesso all’acqua potabile o non esistono sistemi efficienti di separazione delle acque bianche dalle acque nere. La scarsità di acqua o la sua dubbia potabilità sono tra le gravi privazioni che la povertà estrema impone, con conseguenze pesanti per la mortalità infantile, nonostante il meraviglioso equilibrio che le donne abituate a razionare l’acqua sanno raggiungere con le scarse risorse idriche di cui dispongono.

La povertà riduce la speranza di vita. Il povero o il poverissimo, esposto per carenze alimentari o di igiene ambientale, ha minore protezione contro la malattia, perché non ha reddito per procurarsi assistenza medica o medicinali. Soffrono le popolazioni rurali in regioni relativamente isolate, dove i servizi medici sono carenti o assenti, gli ospedali lontani e non raggiungibili facilmente, per le strade impraticabili oppure per l’assenza di un servizio pubblico di trasporto. In molti Paesi in via di sviluppo, lo Stato non è in grado di offrire assistenza medica adeguata, perché mancano risorse di bilancio da destinare allo scopo e personale specializzato. La povertà inoltre blocca l’accesso all’istruzione, se non sono attuate politiche compensative con l’offerta di servizi pubblici di qualità. In molte culture, le bambine sono sottoalimentate o escluse dalla scuola per discriminazioni di genere che vanno al di là dei limiti di reddito. Nelle regioni devastate da conflitti o nelle periferie urbane turbolente, la povertà è associata alla mancanza di sicurezza. La povertà estrema limita il diritto di voce e cittadinanza perfino in uno Stato democratico, a causa dell’analfabetismo, dell’impossibilità di accedere ai mezzi di comunicazione, della difficoltà di acquisire prestigio sociale o mobilitare sostegno. Ostacola inoltre la tutela dei diritti, impedendo di averne cognizione o di sostenere spese legali.

Un’ampia letteratura si è sviluppata per dare rilievo alle varie facce della povertà e per elaborarne indici quantitativi (Poverty and inequality, 2006; Sen 2006). Si possono tracciare tabelle per la geografia dell’analfabetismo e della mortalità infantile nei Paesi del mondo, con forti correlazioni con le stime del reddito medio, ma anche con notevoli scostamenti, perché successi importanti si possono raggiungere in Stati relativamente poveri con servizi pubblici di tutela della salute, campagne di vaccinazione, programmi di alfabetizzazione e scolarizzazione. L’indice di sviluppo umano (HDI, Human Development Index), elaborato dalle Nazioni Unite per 175 Paesi, misura le condizioni di benessere in ogni Paese integrando il livello medio di reddito con la speranza di vita e il grado di istruzione (UNDP 2007). Le Nazioni Unite calcolano anche l’indice di povertà umana (HPI, Human Poverty Index), che combina la probabilità di morire prima dei 40 anni, la mortalità entro i 5 anni e la difficoltà di accesso all’acqua. Se l’indice di sviluppo umano misura il benessere raggiunto, l’indice di povertà umana segnala il grado di deprivazione, in termini di mortalità, sottonutrizione e carenza d’acqua. Si notano scostamenti importanti, nelle graduatorie per entrambi gli indici, dalla posizione relativa calcolata in termini di reddito pro capite. La malnutrizione è evidente nel subcontinente indiano; la percentuale dei bambini sottopeso è la più alta al mondo nell’Asia meridionale (IFPRI 2007, p. XI). La speranza di vita è particolarmente bassa nell’Africa subsahariana (circa 50 anni); nel 2005, la mortalità infantile prima dei 5 anni era, in media, di 172 bambini su 1000 nati vivi, con picchi oltre i 200 in vari Stati (UNDP 2007, p. 264).

Nel valutare il benessere, l’approccio delle capacità, proposto dall’economista Amartya K. Sen, guarda alle opportunità aperte all’individuo in tutte le sfere della vita, dal benessere fisico alla cultura, alla vita sessuale o di relazione, alla sicurezza, alle libertà politiche. Questa teoria suggerisce di pesare tutte le opportunità soffocate nelle scelte di vita, quando si vogliono valutare le restrizioni alla libertà patite dai diversi gruppi di poveri (donne, bambini, malati, persone con handicap ecc.) o stimarne la gravità relativa. Offre, quindi, una visione ricca e di ampia portata sulla disuguaglianza nel mondo contemporaneo. L’approccio delle capacità è ancorato a un concetto a tutto tondo della libertà come possibilità di realizzare le aspirazioni autentiche nella vita individuale. Si scontra, però, con la difficoltà di conciliare le diverse visioni dei valori nel valutare lo spettro delle opportunità da tutelare, e rappresenta un programma fortemente ugualitario nei principi, con venature di utopia, esposto ai rischi dell’egualitarismo estremo se tradotto in progetto politico. Prima di inseguire impossibili sogni egualitari sull’intero spettro delle capacità, i divari estremi di reddito, di istruzione, di mortalità, di accesso all’acqua o alle cure mediche mostrano quanto sia difficile raggiungere nel mondo contemporaneo obiettivi basilari nella tutela dei diritti fondamentali della persona. La popolazione mondiale dei poveri e dei poverissimi riesce a vivere in modo pienamente umano pur in condizioni che appaiono proibitive a chi è abituato al tenore dei consumi nei Paesi ad alto reddito. Soglie estreme di denutrizione o sofferenza ledono la capacità di gioire e quella di espressione; ma esiste una ricchezza nei sentimenti, nel linguaggio, nella cultura, nell’espressione artistica, nella spiritualità, nella gioia che travalica la barriera dei consumi e le disuguaglianze di reddito. Nelle società rurali minacciate dalla fame o nelle periferie di baracche del mondo vi sono patrimoni di arte e di inventiva, di solidarietà umana, di tenacia e dedizione, di intensa vita spirituale. È perfino superfluo, quasi offensivo, ricordarlo, se non fosse che la letteratura economica, con le migliori intenzioni di moderare la disuguaglianza, segnala solo il ‘meno’ di chi vive in povertà.

La fame nel mondo

Secondo le stime dell’IFPRI (International Food Policy Research Institute), più di 800 milioni di persone tra i poverissimi soffrono di carenze nutrizionali. Nel 2004, gli ultimi tra i poverissimi, quelli che vivono con meno di 0,5 dollari al giorno, gli affamati del mondo, erano almeno 162 milioni, di cui 121 (cioè i tre quarti) nell’Africa subsahariana, 11,5 in America Latina e 28,5 in Asia (IFPRI 2007, p. 9). L’indice GHI (Global Hunger Index), altro indicatore nella geografia della povertà, è incentrato sull’aspetto primario della fame e della mortalità che ne consegue, e combina tre indicatori: la quota della popolazione che soffre di carenze caloriche o nutrizionali (secondo le stime della FAO); la percentuale dei bambini sotto peso tra la nascita e i 5 anni (indice di sottonutrizione nell’infanzia); la mortalità dei bambini nella stessa fascia di età. Alla luce dei dati, gli ultimi tra i poverissimi, nell’Africa subsahariana, sembrano restare indietro, anche in un quadro di moderato progresso che veda ridursi la povertà nel continente africano (IFPRI 2007, p. 13).

La fame è problema antico. Nella storia, lo sviluppo dell’agricoltura, rivoluzione tecnologica e sociale, ha consentito l’aumento della popolazione e del consumo alimentare; ma carestie periodiche hanno devastato popolazioni e civiltà per millenni. La carestia è una carenza diffusa di cibo, che fa salire il tasso di mortalità per effetto diretto della morte per fame o per malattie legate alla denutrizione (Grada 2007, p. 5). Si tratta di crisi acute, per il crollo della produzione alimentare a seguito di disastri naturali o di devastazioni dovute a conflitti armati, o anche per l’impossibilità di una parte della popolazione di accedere alle risorse alimentari nei normali canali di approvvigionamento e ai prezzi di mercato. Come Sen ha evidenziato, la gravità di una carestia e la mortalità che questa determina non sono sempre dovute alla scarsità della produzione e delle scorte. Pesano il vincolo di reddito a fronte dell’ascesa dei prezzi, le disfunzioni dei mercati o i canali bloccati di distribuzione. L’effetto devastante delle carestie è acuito dall’assenza di voce pubblica delle popolazioni colpite, quando il Paese coinvolto manca di libera stampa o è oppresso da regimi totalitari.

Tra la fine del 18° e l’inizio del 19° sec., gli economisti discussero animatamente sulla crescita nella produzione alimentare necessaria a sostenere una popolazione in aumento. La crisi nel raccolto della patata, tra il 1846 e il 1847, determinò la carestia che uccise in Irlanda un milione di persone. L’Europa si liberò dall’incubo della morte per fame solo nella seconda metà del 19° secolo. La prima rivoluzione industriale fu preceduta dall’aumento della produttività in agricoltura nel corso del 18° sec., con l’adozione di tecniche innovative che aumentarono la resa per ettaro. Nel 19° sec. lo sviluppo manifatturiero fu accompagnato dalla meccanizzazione dell’agricoltura, dall’adozione di fertilizzanti e trattamenti chimici, dall’applicazione di tecnologie che migliorarono il trasporto e lo stoccaggio dei prodotti agricoli, permisero di estendere la coltivazione in serra e sviluppare la conservazione del cibo. Il 20° sec. è stato ancora funestato da gravi carestie alla periferia dell’Europa e soprattutto in Asia e in Africa (Grada 2007). Tra il 1931 e il 1933 la carestia uccise nell’Unione Sovietica, secondo le stime più prudenti, dai 4 ai 6 milioni di persone; in India, tra il 1942 e il 1944, fu devastante la carestia nel Bengala. In Cina, tra il 1959 e il 1961, in quella che fu probabilmente la carestia più grave della storia quanto a perdite umane, morirono 15 milioni di persone, sempre secondo le stime più prudenti (40 milioni secondo altri calcoli). Nella seconda metà del secolo scorso, la ‘rivoluzione verde’, con l’uso di sementi migliorate e di varietà resistenti e ad alta resa, permise di aumentare la produttività delle colture in India, in Cina, in altri Paesi dell’Asia, facilitando il decollo dello sviluppo nei Paesi asiatici.

Qual è lo stato della sicurezza alimentare nel mondo, cioè il grado di protezione di cui la popolazione dispone, in singoli Paesi o grandi regioni, di fronte al rischio di devastanti carestie? Povertà e fame sono più diffuse tra le popolazioni rurali che vivono in economie a bassa produttività agricola per ragioni ecologiche (cattiva qualità dei suoli, desertificazione ecc.), per scarsità di capitale e per uso di tecnologie arretrate. Le carestie vanno distinte dalle situazioni di povertà cronica e di sottoalimentazione. Le guerre costringono le popolazioni alla fuga dai luoghi di coltura, ne devastano e ne minano, alla lettera, i campi, originando crisi alimentari tra i rifugiati e le vittime delle devastazioni. È opportuno distinguere l’emergenza alimentare per conflitti o disastri naturali dalle crisi che determinano l’esclusione di molti dall’accesso al cibo al prezzo di mercato, o da situazioni croniche di bassa produttività agricola, che espongono la popolazione, in una regione, all’incertezza del raccolto in assenza di scorte alimentari adeguate. I programmi internazionali per l’aiuto alimentare consentono di ridurre in modo significativo i rischi per le popolazioni in condizioni di emergenza, di alleviarne le sofferenze e di migliorarne la sopravvivenza. Non sono esenti da gravi problemi, per la difficoltà di portare l’aiuto alimentare o di farlo arrivare con continuità, soprattutto nelle zone in cui sono in atto conflitti armati. La disponibilità di fondi è limitata, e si riduce quando sarebbe più acuta la necessità dell’aiuto, cioè quando aumentano i prezzi dei cereali. A medio termine, i programmi internazionali per la sicurezza alimentare mirano a consolidare la produzione alimentare negli Stati esposti e a incentivarne la capacità di accumulare scorte o di attivare flussi d’aiuto a fronte di perdite dei raccolti o crisi locali, per tutelare la popolazione dalla fame.

Nel quadro delle tecnologie note, senza prefigurare innovazioni radicali nell’agricoltura, vi è ampio spazio per aumentare la produttività agricola nei Paesi più esposti ai rischi di carestie e crisi alimentari. La FAO stima che vi è capacità globale per fornire il cibo necessario alla popolazione attuale; ma resta drammaticamente aperta la possibilità che nel 21° sec. i divari estremi di reddito impediscano l’accesso soddisfacente dei poveri alle risorse alimentari esistenti, perché questi non hanno sufficiente capacità di acquisto o vivono in economie locali a bassa produttività, devastate da conflitti, escluse dai flussi di commercio internazionali, difficilmente raggiungibili da aiuti di emergenza. A medio termine, la sostenibilità della crescita nella produzione alimentare mondiale resta controversa, se consideriamo insieme l’aumento della popolazione mondiale previsto nella prima metà del secolo, l’aumento della domanda di consumi alimentari variati nelle fasce che conquistano nuove capacità di reddito e la quota della popolazione povera, che si vorrebbe ridotta e in declino, ma che è ancora spaventosamente alta, in cifre assolute e in percentuali. Due sono gli elementi da bilanciare: non solo la rapidità della crescita demografica rapportata alla crescita della produzione di beni per uso alimentare, ma anche la destinazione della produzione agricola a usi diversi dall’alimentazione umana. Le biomasse per la produzione di biocarburanti o i foraggi per l’alimentazione del bestiame sono impieghi che sottraggono terreni e risorse, altrimenti utili per l’alimentazione di base della popolazione mondiale.

Alla fine del primo decennio di questo secolo, il problema della fame è reso acuto dall’aumento marcato dei prezzi dei cereali e del riso, segnale di scarsità relativa e di forte pressione sull’offerta. I prezzi degli alimentari di base (riso, mais, grano) sono schizzati in alto tra il 2006 e il 2008, per l’aumento del prezzo del petrolio, per la pressione della domanda di biocarburanti, sostenuta da politiche pubbliche volte alla sostituzione dei derivati del petrolio nei bilanci energetici nazionali, per l’accresciuta domanda di mangimi e foraggi per bestiame, volta a soddisfare i nuovi consumatori di carne nei Paesi in rapida crescita. A lungo termine, l’aumento del prezzo delle materie prime alimentari potrà incentivarne la coltivazione e, in linea di principio, favorire i coltivatori nei Paesi in via di sviluppo. A breve termine, il quadro è drammatico per lo squilibrio che determina nei bilanci delle famiglie povere, destinati tra il 50% e l’80% alla spesa per l’alimentazione. Riso, grano e mais sono il cibo basilare per i quasi 2,6 miliardi di poveri del pianeta. Secondo ricerche della Banca mondiale, i vantaggi relativi per i coltivatori poveri, che guadagnano dall’aumento di prezzo dei prodotti agricoli, sarebbero più che compensati da difficoltà addizionali per le famiglie rurali o per i poveri delle città che sono acquirenti netti e, per sfamarsi, devono rifornirsi ai nuovi prezzi di mercato. Dove l’aumento dei prezzi ha creato tensioni sociali sono scoppiati tumulti; si temono conflitti in assenza di interventi a sostegno dei redditi più deboli. Gli eventi recenti richiamano il ruolo che dovrà svolgere, nel 21° sec., la crescita della produttività agricola in ogni possibile panorama che miri alla riduzione della povertà, sia a fronte della crescita numerica della popolazione mondiale, sia a fronte della domanda di consumi alimentari ricchi e variati nei popolosi Paesi avviati su percorsi di crescita del reddito. È decisivo comprendere l’importanza degli investimenti nell’agricoltura, soprattutto nei Paesi dove ampie fasce della popolazione soffrono di carenze nutrizionali e la produttività agricola resta bassa.

Le trappole della povertà

Secondo numerosi studi, le persone o le famiglie in condizioni di povertà estrema restano bloccate in una cronica difficoltà, che ne impedisce l’ascesa sociale verso migliori condizioni di vita e vanifica le opportunità di guadagnare incrementi di reddito. La ‘trappola della povertà’ diviene stringente con la durata e la gravità dell’indigenza, se cioè la povertà non è un vissuto temporaneo, per momentanea avversità, ma è una condizione di vita di lunga durata e se è povertà estrema. Lo studioso Partha Dasgupta (1998) ha segnalato l’elementare trappola della povertà, che nasce dal deficit alimentare. La persona sottonutrita è costretta a economizzare le energie, quando avrebbe bisogno di moltiplicare gli sforzi per cogliere una possibilità qualunque di miglioramento. In condizioni di questo tipo, non vi sono energie sufficienti per erogare lo sforzo lavorativo addizionale che sarebbe necessario per accumulare risparmi, produrre scorte alimentari o svolgere prestazioni di lavoro efficienti. I pasti limitati impediscono la concentrazione nell’apprendimento. La persona sottoalimentata è facilmente esclusa dal mercato del lavoro o fallisce nell’investimento in istruzione. L’attivismo del mondo sviluppato è anche il frutto del consumo abituale di razioni abbondanti, ed è sostenuto da migliori condizioni di salute.

Nelle famiglie molto povere, la carenza di risparmio blocca la capacità di accumulare ricchezza; la mancanza di ricchezza e di status impediscono di accedere al credito. La cronica mancanza di risparmio impedisce l’accumulazione persino di piccoli capitali, che consentirebbero investimenti come l’acquisto di strumenti di lavoro o bestiame per incrementare la produttività agricola. Mancano scorte e beni rifugio per far fronte all’imprevisto. Le avversità si trasformano in tragedia, si tratti della malattia del capofamiglia, di cattive condizioni meteorologiche o della perdita del posto di lavoro. È scarso l’incentivo al risparmio che i picchi temporanei nel reddito potrebbero talvolta consentire. L’esposizione a eventi avversi e l’insicurezza della proprietà determinano un’acuta percezione del rischio di perdita patrimoniale, che spinge alla ‘dissipazione’ immediata del reddito per sfiducia nella capacità di accumulazione fruttuosa nel medio periodo. Si privilegia il consumo immediato, perché è breve l’orizzonte della vita. Sono comportamenti legati anche alla strategia per la copertura del deficit energetico semicronico o a regole di reciprocità e dono, molto vincolanti nelle società che soffrono su scala collettiva di vincoli di scarsità.

La povertà cronica può intrappolare in condizioni di marginalità generazioni successive, in una spirale che si riproduce. La povertà si trasmette tra le generazioni per la difficoltà nell’accesso all’istruzione. La necessità di lavorare impedisce ai minori la frequenza scolastica regolare o impone l’uscita precoce dalla scuola. I fallimenti scolastici segnano il percorso di tanti ragazzi nelle famiglie povere o poverissime, che non hanno sostegno per l’analfabetismo dei genitori, sono affaticati dal lavoro fuori dall’orario scolastico, non acquistano i materiali di studio. Le malattie sono causa di rischio anche per i minori del nucleo familiare; la perdita di un familiare adulto, percettore di reddito, può precipitarli nella miseria, se le risorse sono consumate per medicine o funerali. La malattia costringe a ipotecare le poche proprietà o gli strumenti di lavoro. Nella pandemia di AIDS, la malattia dei genitori è un disastro per gli orfani, e vanno perdute le conoscenze che dovrebbero essere trasmesse tra le generazioni. Gli obblighi di mutua assistenza impongono ai familiari sopravvissuti di accogliere gli orfani, ma è grave il rischio degli abbandoni e il precipizio nella mendicità di strada.

Le trappole della povertà possono coinvolgere non solo nuclei familiari, ma intere comunità o fasce della popolazione, che non hanno opportunità per migliorare il livello di reddito e restano bloccate in condizioni di marginalità. Nelle campagne, la povertà rurale è esclusione, per distanza, dai centri cittadini, dove si svolgono le attività amministrative, hanno sede i poteri di governo, è attiva la vita commerciale. Povertà rurale può significare non avere accesso ai beni di normale consumo perché le strade sono impraticabili nella stagione delle piogge, o non curare i denti perché non esiste servizio di dentista nell’area attorno al villaggio. Nelle città i nuclei familiari più poveri si concentrano in zone urbane degradate, meno fornite di servizi, dove l’addensamento di tante famiglie povere non facilita la conquista di migliori prospettive di vita. Mancano, oltre ai redditi, relazioni e incentivi. Gli ultimi nelle bidonvilles sono esposti al furto del pochissimo che hanno per lo stato precario dell’alloggio o la prepotenza della delinquenza organizzata, per fragilità di fronte a chi è armato o socialmente affermato. I poveri soggiacciono all’abuso dei funzionari pubblici perché non hanno la possibilità di attivare tutele legali, di cui spesso non intravedono l’opportunità per mancanza di istruzione.

Tra i poveri del mondo ci sono gli schiavi del nostro tempo. All’alba del 21° sec. si stima che 27 milioni di persone vivano ridotte in schiavitù. Tra gli orrori del secolo c’è la sofferenza dei bambini schiavi. In contesti di miseria e degrado, sono i figli stessi o i nipoti a essere venduti, per debiti, per avidità, per l’inganno di abili trafficanti: le bambine come mogli precoci e domestiche, i maschi come lavoratori agricoli o manifatturieri in servitù o in schiavitù piena e integrale. Giovanissimi sono rapiti o venduti per essere piegati alla schiavitù sessuale oppure vengono ceduti per essere utilizzati come servi domestici, raccoglitori di cacao, operai tessili, minatori, costretti al lavoro forzato e limitati nei movimenti, con l’esclusiva retribuzione del cibo e del minimo vitale, alla mercé della violenza fisica dei padroni.

Secondo alcuni studiosi, condizioni sfavorevoli che bloccano il miglioramento nel tenore di vita toccano le popolazioni di Paesi interi. A livello degli Stati, il termine ‘trappola della povertà’ segnala un insieme di condizioni, che ostacolano il decollo della crescita, cioè l’aumento stabile nel tempo del reddito pro capite con guadagni di produttività, diversificazione nella struttura produttiva, miglioramento nei trasporti, nelle telecomunicazioni, nei servizi. Ostacolano lo sviluppo economico nei Paesi a basso reddito fattori geografici e ambientali: la diffusione di malattie tropicali endemiche (in primo luogo, la malaria) con alti costi sociali; il clima sfavorevole, la siccità e la desertificazione; la natura povera o montuosa dei suoli; la distanza dalla costa in Paesi privi di affaccio sul mare e di infrastrutture di trasporto. Sul versante politico, sono decisivi i fattori istituzionali, quali la natura predatoria dell’amministrazione pubblica, i vizi del sistema giudiziario e la scarsa tutela della proprietà, la carenza di libertà politica o economica, perché scoraggiano gli investimenti privati sia di fonte interna, sia dall’estero. I Paesi lacerati da guerre civili e conflitti armati patiscono la trappola del conflitto, che può divenire cronico o esporre a ulteriori rischi di violenza prima che la stabilizzazione sia consolidata (Collier 2007).

I Paesi sviluppati godono delle economie dette di agglomerazione: si sfrutta il vantaggio di localizzare nella stessa area, con effetti reciproci di servizio, imprese di settori produttivi diversi, facilitate dalla presenza di altre imprese con benefici di costo, incentivi all’innovazione e opportunità di profitto. I mercati ampi e già stabiliti facilitano il successo, generando alti rendimenti con investimento in capitale umano e innovazione tecnologica, che sono stati analizzati nei modelli economici detti di crescita endogena. Jeffrey D. Sachs (2005) ha difeso l’urgenza di massicci interventi coordinati d’aiuto nei Paesi a basso reddito, per raggiungere soglie critiche d’impatto negli investimenti, che permettano di rompere i circoli viziosi e le trappole, agendo sia dal lato del capitale umano (salute, istruzione, lotta alle malattie tropicali, freno alla pandemia di AIDS), sia dal lato dell’apparato produttivo, sostenendo le infrastrutture, i trasporti, le telecomunicazioni. A questa visione si oppongono i detrattori delle politiche di aiuti allo sviluppo, soprattutto se concentrate su massicci investimenti in capitale fisico. William R. Easterly (2001), tra i critici degli ambiziosi programmi di aiuti erogati in modo concentrato, ha sostenuto che il graduale riscatto da condizioni di arretratezza, attraverso l’accumulazione di capitale, avviene quando le condizioni istituzionali tutelano gli incentivi al risparmio e all’accumulazione. Paul Collier (2007) valuta che 58 Paesi nel mondo non si trovino in condizioni adatte per avviare la crescita con successo, o perché schiacciati da conflitti persistenti, o perché privi di accesso al mare e circondati da economie anch’esse fragili o lacerate da conflitti, o perché gravati da rendite petrolifere o minerarie che sostengono élites autoritarie e non generano sviluppo, o infine perché degradati dalla scadente qualità delle istituzioni pubbliche e incapaci quindi di attrarre investimenti esteri e favorire l’accumulazione interna.

Le carenze istituzionali sono sia causa sia effetto nei processi storici che mantengono un’economia su sentieri di bassa crescita. L’economia dello sviluppo, per affrontare i processi di cambiamento nei Paesi in via di sviluppo, ha adottato modelli teorici fondati su relazioni di causalità diretta, chiamando in causa, di volta in volta, la posizione geografica, il clima, la frammentazione etnica, il grado di democrazia, le libertà economiche, la corruzione, la ricchezza di materie prime. È impossibile ridurre a correlazioni di presunta validità generale interazioni che hanno, nei singoli Paesi, caratteri peculiari nella varietà delle identità collettive, delle strutture politiche, dell’esperienza storica. Lo sviluppo economico implica una complessa trasformazione sociale, non solo per il cambiamento radicale nella specializzazione produttiva, ma per il mutare delle relazioni sociali (distribuzione del reddito, rapporti tra le generazioni, ruoli di genere, gruppi sociali emergenti o in declino, flussi migratori) e per la transizione istituzionale, che coinvolge il sistema giuridico e politico. Non si può eludere la spiegazione storica nella diagnosi dei fattori che ostacolano la riduzione della povertà negli Stati a basso reddito, per comprendere quale rottura sia prioritaria per avviare lo sviluppo e favorire l’assunzione di responsabilità nelle élites dirigenti locali o nel sistema della cooperazione internazionale. È un grave errore ritenere che in questi Stati esista un blocco inamovibile di condizioni avverse, un destino storico o un impedimento ambientale o geografico, diagnosi che sconfinerebbe in venature di razzismo. Le fragili condizioni di partenza segnalano la difficoltà di avviare la trasformazione nel sistema produttivo senza coinvolgere molti ambiti della vita sociale: livelli di istruzione e salute della popolazione, capacità di investimento, ma anche posizione nel panorama internazionale o rotture nell’assetto politico interno. In diversi ambiti regionali si pongono problemi di transizione specifici, la cui sequenza e i cui tempi sono rilevanti.

Le opportunità di sviluppoe i dilemmi del 21° secolo

Quali opportunità si aprono nel 21° sec. per i Paesi a basso reddito nella divisione internazionale del lavoro? Quali sono i sentieri per guadagni di reddito e produttività che permettano di far uscire i più poveri dalle condizioni di privazione? Si confrontano diagnosi diverse con divergenze sulle politiche e sui valori. Differiscono i giudizi sulla globalizzazione nell’orizzonte di lungo periodo: è demonizzata come il mostro divoratore dei Paesi più deboli nella divisione del lavoro internazionale, a causa della bocca vorace delle imprese multinazionali, o appare come lo spettro di un mondo omologato alle tipologie standardizzate dei consumi opulenti, prospettiva che inquieta i pensatori occidentali più di quanto preoccupi molti poveri del mondo, che sarebbero lieti di accedere ai ristoranti fast food e di viaggiare in automobile. A una parte dell’opinione pubblica nei Paesi sviluppati la bocca vorace della Cina e dei rampanti Paesi emergenti sembra, all’opposto, il mostro divoratore dell’attività d’impresa nazionale. La visione dominante nelle istituzioni internazionali per l’aiuto allo sviluppo ha esaltato le virtù positive del commercio internazionale nello stimolare e sostenere la crescita. All’opposto, la filosofia della decrescita enfatizza la necessità di limitare i consumi globali e di convertirsi, nel privato e nel collettivo, a sobrietà e risparmio delle risorse naturali, tornando a stili di vita quasi preindustriali.

È bene chiarire che non vi è possibilità di sviluppo per i Paesi a basso reddito nell’autarchia economica e nell’esclusione dai flussi del commercio internazionale, tanto meno per economie relativamente piccole che resterebbero tagliate fuori dai brevetti, dall’innovazione, dagli scambi formativi e di ricerca, persino dall’esperienza che si acquista nell’uso dei prodotti tecnologici in qualità di consumatori. Né si può realisticamente ritenere che economie povere potranno generare al proprio interno le innovazioni e il progresso tecnologico che le economie aperte acquistano nel costante scambio con le economie avanzate nel resto del mondo. La strada dell’autarchia e delle barriere tariffarie sarebbe per i Paesi a basso reddito la strada della chiusura e della disperazione, con effetti rapidamente degenerativi anche sui sistemi politici e gli equilibri sociali. Non vi sono esperienze nella storia che possano confortare, nell’opzione di chiusura al commercio estero, quei Paesi che hanno disperato bisogno di rinnovare l’apparato produttivo e far crescere le infrastrutture. L’apertura al commercio internazionale ha consentito ai Paesi del Sud-Est asiatico, all’India, alla Cina, al Brasile di raggiungere traguardi di reddito pro capite che hanno riscattato dalla povertà milioni di persone, nonostante le durezze del percorso, le iniquità delle disuguaglianze, i problemi ambientali, che devono e dovranno essere affrontati. D’altro canto, per le economie prevalentemente agricole a bassa produttività, la facilità del passaggio alla specializzazione manifatturiera dipende dalle condizioni iniziali e dai concorrenti già presenti sul mercato. Se Paesi emergenti già affermati occupano nicchie di mercato a tecnologia intermedia e a basso costo del lavoro, per i nuovi entranti l’ingresso è più difficile. Perché i Paesi a basso reddito abbiano opportunità di sviluppo nella specializzazione manifatturiera e nella crescita trainata dalle esportazioni, devono essere superate soglie nella disponibilità di forza lavoro qualificata, nelle capacità manageriali, nella solidità delle istituzioni. La strada della specializzazione manifatturiera non è l’unica da percorrere. Resta indispensabile conquistare e consolidare nei Paesi a basso reddito guadagni di produttività nell’agricoltura, sia per l’autosufficienza alimentare della popolazione, sia per il potenziale di crescita dell’agricoltura commerciale.

Nel panorama internazionale si pongono problemi di potenziale conflitto o di cooperazione ineguale tra le economie emergenti in Asia e in Africa. Si rischia la dipendenza squilibrata tra economie in crescita come la Cina e l’India e i Paesi a basso reddito dell’Africa, con possibili effetti di traino ma anche di sfruttamento, in particolar modo nell’appropriazione di risorse naturali. I Paesi ricchi di risorse naturali godono di opportunità di accumulazione e di investimento preziose, che possono però essere inghiottite da élites predatorie oppure sfruttate da imprese estere in enclaves chiuse, senza generare effetti moltiplicativi sull’economia locale. L’antropologo James Ferguson (2006) ha acutamente analizzato le forme ramificate che la partecipazione all’economia internazionale ha nelle economie africane, con la contiguità di fenomeni di marginalità e reti transnazionali nello sfruttamento delle risorse minerarie. Marginalità e conflitti possono intrappolare, a lungo termine, gli Stati fragili in Asia e in Africa. Anche nell’aspettativa realistica di processi di convergenza tra le economie nel mondo verso traguardi di reddito più equilibrati, permane il rischio che le economie fragili, soprattutto in Africa, non tengano il passo e rimangano esposte alla fame, alla guerra o alla predazione di economie più forti.

Quali sono le speranze di ridurre la povertà nel mondo e su quale orizzonte di tempo si dovrà operare per sradicare la povertà estrema, o almeno ridurla a un fenomeno che si possa alleviare con progetti specifici? Nel 1999 le Nazioni Unite hanno lanciato un ambizioso programma per la riduzione della povertà nell’ambito degli ‘obiettivi del millennio’, i traguardi per il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione mondiale formulati per il 2015. Sachs (2005) ricorda che la nostra generazione può realisticamente proporsi l’obiettivo di sradicare la povertà estrema e sottolinea l’onere etico di impegnarsi o di non impegnarsi per realizzarlo. Non vi è certezza che la crescita del prodotto lordo pro capite favorisca sempre i più poveri o tutti i più poveri, anche nelle economie in rapida crescita. A parità di disuguaglianza, i guadagni di produttività e il rinnovamento dell’apparato produttivo trascinano verso l’alto l’intero spettro dei redditi, come è avvenuto nei Paesi sviluppati. A lungo termine, lo sviluppo è una leva potente per superare la povertà assoluta e l’unica decisiva per costruire l’opportunità di ridurre la disuguaglianza; ma non vi è certezza che la disuguaglianza resti invariata a breve termine o in tutte le fasi della crescita. Nel mondo contemporaneo, ragioni di accresciuta disuguaglianza nascono dai divari di reddito in base al livello di istruzione o tra i residenti delle zone rurali e quelli delle città. Persiste il rischio che gruppi sociali specifici restino esclusi dall’aumento del reddito anche in economie in crescita, come accade ancora in Cina per una quota della popolazione rurale. Le trappole della povertà, all’alba del nuovo secolo, chiedono, per essere spezzate, investimenti di assistenza pubblica nella salute e nell’istruzione, per tutelare quanti rischiano di restare schiacciati tra la difficoltà di accedere all’economia di mercato e l’impossibilità di mantenere le tradizionali fonti di reddito.

Il principale dilemma aperto nel panorama mondiale del 21° sec. è la compatibilità tra l’aumento della popolazione, la crescita economica e la disponibilità delle risorse. L’interrogativo si pone nei crudi termini della fame e della sazietà, della sete o dell’abbondanza di acqua per la popolazione del pianeta, nell’ipotesi di un accesso meno diseguale e iniquo di quello oggi prevalente alle comuni ricchezze della natura. Riguarda la capacità di aumentare la produzione di risorse alimentari fino a livelli sufficienti per sfamare tutti gli abitanti della Terra e la disponibilità di risorse idriche per dare a tutti accesso all’acqua. Riguarda, ancora, l’accesso alle riserve mondiali di materie prime essenziali per la produzione manifatturiera, di cui si ritengono limitate le riserve disponibili in natura. La crescita economica consuma petrolio, uranio, rame, altre risorse minerarie la cui domanda, sempre maggiore, nell’ipotesi auspicabile di un aumento dei livelli di produzione e di benessere, potrà creare forti pressioni sui prezzi o veri e propri conflitti finalizzati al controllo delle risorse.

L’accesso dei poverissimi a condizioni di vita dignitose, la speranza di oltre un miliardo e mezzo di poveri – sopra la soglia della povertà estrema – di affacciarsi, nei prossimi decenni, a panieri di consumo che nei Paesi ad alto reddito sono considerati condizione normale di vita, pongono il problema della sostenibilità dello sviluppo. Non perché poveri e poverissimi si affaccino con ingordigia sulla scena internazionale, ma perché l’equilibrio ecologico attuale si fonda sull’anomalia, finora dominante sulla scena mondiale, della polarizzazione tra i consumi di un quinto circa della popolazione mondiale e quelli di tutti gli altri abitanti del pianeta. Secondo le stime delle Nazioni Unite, la popolazione dei Paesi in via di sviluppo potrà salire da circa 5,3 miliardi di persone nel 2005 a quasi 7 o perfino 7,9 miliardi nel 2050. In India e in Cina, come in altri Paesi emergenti, il rapido sviluppo economico espanderà la fascia dei ceti medi, con capacità di reddito sufficienti per aspirare al consumo della carne, all’uso degli elettrodomestici, a elevati consumi di acqua, all’automobile privata, ai viaggi aerei, all’uso del computer e così via. Non sappiamo se nel 21° sec. radicali innovazioni tecnologiche permetteranno di espandere le possibilità di benessere, facendo crescere congiuntamente consumi e popolazione, come nei due secoli passati. Non sappiamo se radicali innovazioni allenteranno a breve il vincolo delle risorse energetiche o alimentari, com’è accaduto nelle svolte storiche del passato, o se dovremo fronteggiare una transizione conflittuale, una fase di crescita ulteriore della popolazione e dei consumi con forte drenaggio sulle risorse naturali, in un quadro tecnologico che consente guadagni incrementali di produttività, senza liberarci dai vincoli attuali. Il dilemma contemporaneo corre tra l’urgenza di miliardi di persone – gli ultimi nella scala della povertà, i penultimi che sperano d’emergere o i milioni sopra la soglia dei 2 dollari al giorno che aspirano ai livelli di vita occidentali – e la disponibilità di risorse naturali, secondo le tecnologie che formano l’ossatura attuale del sistema economico. Vi sono spazi ampi per incrementi di produzione e di produttività sia nell’attività agricola, sia nel risparmio energetico. Vi sono, certo, prospettive di innovazioni radicali. Resta l’urgenza del dilemma etico, ed è difficile credere che oltre 2 miliardi di poveri non avranno voce sulla scena internazionale, anche se gli ultimi hanno poca voce sulla Terra. È ancora più difficile credere che non faranno sentire la propria voce le élites che governano gli Stati emergenti o i milioni dei nuovi ceti medi nei Paesi avviati alla crescita.

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Bruna Ingrao (ordinario di storia del pensiero economico presso la facoltà di scienze politiche università di Roma “La Sapienza”)

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