Di una economia di mercato compatibile con la socializzazione delle sovrastrutture finanziarie

Articolo ripreso da gondrano.blogspot.com, originariamente pubblicato sul «Giornale degli economisti e annali di economia», 1971, 9-10, pp. 664-84.

SOMMARIO: 1. Premessa. – 2. Richiami a una indagine americana del 1955 sul funzionamento del mercato di borsa. – 3. Il caso dell’IOS, a distanza di un quindicennio, e i suoi aspetti più clamorosi. – 4. La “sovranità” del risparmiatore e la sua manipolazione da parte dell’intermediazione specializzata. – 5. Mercato azionario e efficienza economica nel periodo breve. – 6. L’efficienza allocativa dei mercati finanziari nel periodo lungo. – 7. Se la borsa sia un efficace guardiano dell’efficienza dell’impiego delle risorse allocate per suo tramite. – 8. Una proposta recente di centralizzazione nazionale delle operazioni di borsa. – 9. Possibilità di soluzioni che portino a un rigetto della borsa e del suo folklore.

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La piena occupazione è possibile e auspicabile

(L’articolo è tratto dal sito di Pandora- Rivista di Teoria e Politica)

Fra le mille fanfare che suonano gioiose in onore della rottamazione e del rinnovamento, l’Italia resta attraversata da una serie di note stonate. Secondo le più recenti stime dell’Istat Il PIL italiano si è contratto dello 0,1% nel secondo trimestre del 2014 e i disoccupati sono circa 3 milioni 236 mila (in aumento dell’1,5% rispetto al mese precedente e dell’1,8% su base annua), di cui ben 698 mila fra i 15 e i 24 anni.

Il tutto all’interno di un quadro storico nel quale secondo gli ultimi rapporti del Centro Studi Confindustria sono andati in fumo circa 2 milioni di posti di lavoro a partire dal 2007 e più che di “crisi economica”, pertanto, sarebbe più corretto parlare di una vera e propria ristrutturazione dell’economia europea ed italiana.

Di fronte a questo scenario la politica italiana è incapace di proporre un insieme coerente di misure per il rilancio e a causa dei vincoli europei essa si trova di fatto costretta ad attuare le uniche due manovre che rispondono ai desiderata di Bruxelles: l’aumento della disoccupazione e l’attacco alle tutele dell’occupazione esistente. Un combinato disposto di sacrifici che secondo l’austera linea politica della Commissione e delle altre istituzioni europee sarebbe in grado di abbattere i costi delle imprese, stimolare l’investimento privato e perciò incrementare l’occupazione una volta che la stagione dei tagli avrà dato i suoi frutti.

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Una sintesi eterodossa: Michał Kalecki

kalecki

È possibile creare una macroeconomia alternativa? Fino a che punto l’indagine microeconomica è l’unica veramente valida e realistica? Ragionare sulla piena occupazione, sulle differenze di classe e sul ruolo attivo dello stato è utopistico e inutile? Tradizioni diverse possono incontrarsi e influenzarsi tra loro nella formulazione di un nuovo approccio economico?(continua su Rethinking Economics Italia…)

Social Democracy for the 21st Century: A Post Keynesian Perspective

Lee on Post Keynesian Price Theory in The Oxford Handbook of Post-Keynesian Economics

(postato da socialdemocracy21stcentury.blogspot.it il 13/10/2013)

Frederic S. Lee has a useful and up-to-date chapter on Post Keynesian price theory in The Oxford Handbook of Post-Keynesian Economics. Volume 1: Theory and Origins (Oxford, 2013). I summarise the main points below.

The crucial conclusions from empirical investigation of real world capitalist price systems are as follows:

(1) administered prices make up somewhere between about 50–70% of prices in modern market economies (for direct evidence for these percentages in, for example, the Eurozone, see Fabiani et al. 2006: 18, Table 4).

(2) in these widespread administered, fixprice markets, prices are not primarily a mechanism for economic coordination in the neoclassical sense, but a method by which a business obtains and stabilises its income and profits, in order to support the survival of the busines (Lee 2013: 467–468). Administered prices are not market clearing prices, nor are they set in order to equate marginal costs to marginal revenue. Administered prices are set before the sale or exchange takes place and sometimes even before production (Lee 2013: 470). They are not the product of competitive bidding in a Walrasian auction-like market or a haggling process familiar from bazaars (Lee 2013: 474).

Rather, intense price competition is often shunned by businesses because competition via flexible prices and price wars will drive many enterprises toward bankruptcy. Hence administered prices provide a way by which private businesses control and avoid the uncertainty attached to intense and destructive price competition (Lee 2013: 476).

(3) administered price businesses are not concerned with maximisation of profits in the neoclassical sense. Rather, they wish to create a steady flow of income and stable profit to maintain and grow their business, increase market share, engage in new investment and/or produce new products, and so pursuit of profit can be conceived of as an “intermediate objective” (Lee 2013: 468). When possible, profits are generally increased by increasing the profit markup and reducing costs, rather than adjusting prices in response to demand changes.

(4) an administered price is calculated from average total costs (ATC) at a given capacity utilisation or output plus profit markup. Average total costs (ATC) are broken down into product average direct costs (ADC) and average overhead costs (AOHC) (Lee 2013: 469). In an industry where competition exists, the outcome is normally that a “price leader” – the largest and most successful producer or producers – set a profit markup and price for the product that strongly influences other businesses (Lee 2013: 473).

(5) depending on the market, administered prices are reviewed and possibly changed from 3 month periods to a year (Lee 2013: 474), and even then changes in price will generally be driven by costs of factor inputs.

(6) the most recent empirical evidence suggests that many modern administered price businesses often do not reduce their prices when factor input prices decrease, if they can avoid it. Instead, the business will increase its profit markup and maintain prices – a factor that tends to re-enforce the downward rigidity of prices in modern market economies (Lee 2013: 475; Álvarez et al. 2006).

BIBLIOGRAPHY
Álvarez, L. J., Dhyne, E., Hoeberichts, M., Kwapil, C., Le Bihan, H., Lünnemann, P., Martins, F., Sabbatini, R., Stahl, H., Vermeulen, P. and J. Vilmunen. 2006. “Sticky Prices in the Euro Area: A Summary of New Micro-Evidence,” Journal of the European Economic Association 4.2–3: 575–584.

Fabiani, S., M. Druant, I. Hernando, C. Kwapil, B. Landau, C. Loupias, F. Martins, T. Mathä, R. Sabbatini, H. Stahl and A. Stokman. 2006. “What Firms’ Surveys tell us about Price-Setting Behavior in the Euro Area,” International Journal of Central Banking 2.3: 3–47.

Lee, Frederic S. 2013. “Post-Keynesian Price Theory: From Pricing to Market Governance to the Economy as a Whole,” in G. C. Harcourt and Peter Kriesler (eds.), The Oxford Handbook of Post-Keynesian Economics. Volume 1: Theory and Origins. Oxford University Press, Oxford and New York. 467–484.

Che cos’è il debito?

(postato da sinistrainrete.info il 14/11/2011)

Denaro, crisi e progresso sociale secondo un antropologo; Philip Pilkington intervista David Graeber

Su cosa si fonda il valore del denaro? Come si origina il debito? Di fronte alla crisi globale che scuote oggi le più potenti economie capitalistiche del pianeta, sono probabilmente molti i profani di economia che, come il sottoscritto, si sono posti magari per la prima volta nella loro vita domande del genere.

Ho quindi deciso di realizzare e pubblicare su questo blog la traduzione di un’interessante intervista all’antropologo (nonché militante anarchico) David Graeber, già professore associato di Antropologia a Yale e oggi assistente di Antropologia Sociale presso la Goldsmiths University di Londra.

La brillante carrellata storico-antropologica proposta da Graeber nel suo ultimo lavoro, Debt: the First 5.000 Years”(MelvilleHouse Publ.), ci riporta alle origini del credito nell’Antica Mesopotamia e all’invenzione delle prime forme di moneta coniata da parte dei grandi imperi del passato, offrendo spunti particolarmente interessanti per interpretare la “crisi del debito” che sta sconvolgendo gli equilibri del mondo capitalistico.

L’intervista, disponibile in inglese sul blog naked capitalism, è stata realizzata dal giornalista e scrittore irlandese Philip Pilkington. Traduzione di Don Cave. Un grazie a  DueCents (aka Paul D-Boy Kondratiev) per la segnalazione.

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Dove si nasconde il pericolo

Quest’articolo è uscito sul numero di Settembre del 2014 di Finance and Development, ed è stato tradotto da Giacomo Bracci. Il paper è scaricabile dal sito di Economia per i Cittadini)

La recente crisi finanziaria ci ha insegnato a prestare attenzione agli angoli bui, nei quali l’economia può funzionare in maniera scorretta.
Fino alla crisi globale finanziaria del 2008, la macroeconomia mainstream americana aveva assunto una visione sempre più fiduciosa delle fluttuazioni economiche nella produzione e nell’occupazione. La crisi ha chiarito che questa visione era sbagliata, e che c’è bisogno di
riconsiderarla seriamente.

La visione benigna rifletteva sia fattori interni all’economia, sia un ambiente economico esterno che era sembrato per anni sempre più positivo.
Iniziamo dai fattori interni. Le tecniche che utilizziamo influenzano il nostro modo di pensare in una maniera profonda e spesso inconscia. Questo era più o meno il caso della macroeconomica nei decenni che hanno preceduto la crisi. Le tecniche erano adatte ad una visione del mondo in cui le fluttuazioni economiche si manifestavano, ma a cadenze regolari, e si auto-correggevano. Il problema è che siamo arrivati a credere che questa fosse la maniera in cui il mondo funziona realmente.

Per capire in che modo si è affermata questa visione, dobbiamo tornare alla cosiddetta rivoluzione delle aspettative razionali degli anni Settanta. L’idea centrale – il fatto che il comportamento degli individui e delle imprese non dipende soltanto dalle condizioni economiche attuali ma da cosa questi agenti ritengono che avverrà in futuro – non era nuova. Ciò che era nuovo è lo sviluppo di tecniche in grado di risolvere modelli con l’assunto che le persone e le imprese facessero il meglio che potevano nel valutare il futuro. (Uno sguardo al perché ciò era tecnicamente improbabile: le decisioni attuali intraprese da persone ed imprese dipendono dal complesso delle aspettative future. Ma, in generale, il futuro che ci attendiamo dipende in parte dalle decisioni attuali.)

Queste tecniche, tuttavia, avevano senso all’interno di una visione in cui le fluttuazioni economiche erano così regolari che, guardandosi indietro, le persone e le imprese (e gli econometrici che applicano la statistica all’economia) potevano comprendere la natura delle fluttuazioni stesse e formare aspettative per il futuro che erano così semplici che minimi shock producevano effetti minimi, e uno shock di entità doppia rispetto ad un altro produceva un effetto doppio rispetto a quello dell’altro sull’attività economica. La ragione sottostante a quest’assunto,
detta linearità, era di natura tecnica: i modelli non-lineari – quelli in cui un piccolo shock, come ad esempio la diminuzione dei prezzi delle case, può determinare a volte effetti notevoli, o quelli in cui l’effetto di uno shock dipende dal restante ambiente economico – erano difficili, se non
impossibili, da risolvere sotto l’ipotesi di aspettative razionali.

Il pensiero macroeconomico era in larga misura figlio di questi assunti. Noi addetti ai lavori pensavamo all’economia come un qualcosa di più o meno lineare, soggetto costantemente a differenti shock, che fluttuavano regolarmente, ma che tornavano naturalmente al loro stato stazionario nel corso del tempo. Invece di parlare di fluttuazioni, abbiamo cominciato ad usare sempre più spesso il termine “ciclo economico”. Anche quando in un secondo momento abbiamo sviluppato tecniche in grado di includere non-linearità, questa visione positiva delle fluttuazioni è
rimasta dominante in generale.

Questo stato di cose, comunque, non si sarebbe potuto determinare (o almeno non sarebbe durato così a lungo) se alcuni fattori esterni non fossero entrati in gioco. La situazione mondiale, o quantomeno del mondo economico, non ha fornito ai macroeconomisti un grande stimolo a
mettere in discussione la propria visione del mondo.

A partire dagli anni ’80, la maggior parte delle economie avanzate ha sperimentato quella che è stata definita “Grande Moderazione”, un forte declino nella variabilità della produzione e delle sue maggiori componenti – come ad esempio consumi ed investimenti. C’erano, e ci sono ancora, disaccordi rispetto a cosa abbia causato questa moderazione. Alle banche centrali piacerebbe che fosse attribuito loro il merito, ed è chiaramente probabile che una parte di questo declino sia dovuto a politiche monetarie migliori, che hanno prodotto un’inflazione più bassa e più stabile.

Altri hanno argomentato che la fortuna, shock straordinariamente ridotti che hanno colpito l’economia, spiega gran parte del declino. A prescindere da cosa abbia causato la Grande Moderazione, per un quarto di secolo la visione benigna, lineare delle fluttuazioni godeva di buona
salute. (Questa era la visione mainstream. Alcuni ricercatori non hanno accettato questa premessa. L’ultimo Frank Hahn, un noto economista che insegnava all’Università di Cambridge, ha continuato a ricordarmi la sua avversione per i modelli lineari, incluso il mio, che ha definito
modelli “Topolino”.)

Angoli oscuri

Il fatto che gli shock ridotti possano determinare talvolta effetti notevoli e, come risultato, che le cose possano mettersi veramente male, non era completamente ignorato degli economisti. Ma si riteneva che un risultato simile appartenesse al passato e che non sarebbe potuto accadere di
nuovo, almeno non nelle economie avanzate grazie alle loro politiche economiche responsabili.

Le fughe di capitale – in cui piccoli shock, o piuttosto, nessuno shock, potevano portare i correntisti al panico e a ritirare i loro fondi dagli istituti di credito, con consistenti effetti avversi sull’intera economia – erano un argomento basilare dei corsi di macroeconomia. Ma in questi corsi
quest’eventualità veniva presentata come un esempio di come l’introduzione della garanzia dei depositi bancari aveva per lo più eliminato il problema. E se il problema si fosse presentato, sosteneva questa visione, le banche centrali potevano fornire liquidità (cioè prestare denaro) alle
banche in cambio di un buon collaterale, consentendo alle banche solvibili di soddisfare i propri depositanti, spezzando sul nascere ogni panico ed evitando esiti disastrosi.

I sudden stop – gli episodi in cui i flussi di capitale verso un paese si bloccano e tutti gli investitori cercano di scappare all’improvviso – non potevano essere ignorati. Continuavano ad accadere regolarmente nelle economie di mercato emergenti – in America Latina negli anni ’80, nel Messico a metà dei ’90 e in Asia al termine dei ’90. Ma venivano ritenuti un problema dei mercati emergenti, non delle economie avanzate (ecco perché ho parlato degli USA nel primo paragrafo di questo articolo). Come esempio del carattere provinciale dell’economia mainstream americana, in una serie di programmi di dottorato uno studente può specializzarsi in macroeconomia senza sapere cosa sia un tasso di cambio; e molto meno un’economia di mercato emergente.

In generale, i problemi legati alla liquidità – la possibile mancata corrispondenza fra attività con scadenza a lungo termine e passività con maturità a breve termine – non venivano visti come fondamentali per la macroeconomia. Il fatto che una mancata corrispondenza nella liquidità fra attività e passività possa essere pervasiva, incidendo non solo sulle banche ma anche su altri operatori finanziari ed imprese, non veniva compreso adeguatamente. Nell’ambito della finanza aziendale era stato effettuato un lavoro importante circa il ruolo della liquidità, ma la sua inclusione nel campo della macroeconomia non ha raggiunto la diffusione tipica del mainstream.

La probabilità che le banche centrali volessero portare i tassi d’interesse nominali al di sotto dello zero e si trovassero nell’incapacità di farlo (i tassi d’interesse nominali non possono crollare al di sotto dello zero perché, se lo facessero, le persone vorrebbero detenere contante invece dei titoli – un vincolo noto in gergo come “zero lower bound” [limite inferiore dello zero, ndt]) veniva considerata molto bassa. Con i tassi d’interesse che si attestavano a circa il 4% prima della crisi – composti da un 2% relativo all’inflazione e da un rendimento reale, depurato dell’inflazione, pari al 2% – la maggior parte dei banchieri centrali credevano di avere spazio di manovra nell’aggiustamento dei tassi d’interesse rispetto agli shock avversi. E, se ce ne fosse ancora bisogno – dicevano i sostenitori di queste posizioni – la banca centrale poteva aumentare le aspettative di inflazione mantenendo allo stesso tempo il tasso nominale a zero, diminuendo perciò la componente reale del tasso di interesse. Sono state riconosciute anche altre non-linearità.

Ad esempio, gli economisti hanno ammesso che i vincoli di regolazione bancaria, come i requisiti minimi di capitale che le istituzioni dovevano soddisfare (in sostanza il capitale netto di una banca; ovvero, la capacità di assorbire le perdite), potevano costringere le banche a reagire in maniera più diretta alle diminuzioni piuttosto che agli incrementi nel loro capitale. Il modo in cui i vincoli alla concessione del credito affrontati dalle imprese e dalle famiglie hanno portato a comportamenti sempre più prudenti, man mano che si avvicinavano a prosciugare le loro linee di credito, veniva elaborato ed utilizzato, ad esempio, per studiare i comportamenti di consumo individuale. Ma ancora una volta queste non-linearità non venivano ritenute centrali rispetto alle fluttuazioni.

In breve, la nozione secondo cui i piccoli shock potevano avere enormi effetti avversi, o potevano risultare in stagnazioni lunghe e persistenti, non veniva percepita come una criticità rilevante. Sapevamo tutti che c’erano degli “angoli oscuri” – situazioni in cui l’economia poteva avere malfunzionamenti. Ma abbiamo ritenuto di essere ancora molto lontani da quegli angoli, e siamo riusciti ad ignorarli quasi tutti. Il Giappone appariva infelicemente nel quadro, come un’economia avanzata bloccata in una lunga stagnazione con deflazione annessa. Ma questa sua situazione veniva spesso interpretata come il risultato di politiche mal congegnate piuttosto che di un problema più difficile da risolvere.

Accecati dalla crisi

La lezione principale fornitaci dalla crisi è che eravamo più vicini a quegli angoli oscuri di quanto pensassimo – e gli angoli erano ancora più oscuri di quanto ci immaginassimo.
La Grande Moderazione non aveva tratto in inganno solo gli economisti. Anche le istituzioni finanziarie e i regolatori hanno sottovalutato i rischi. Il risultato è una struttura finanziaria che era sempre più potenzialmente esposta agli shock. In altri termini, l’economia mondiale operava sempre più a contatto con gli angoli oscuri senza che gli economisti, i policy maker, e le istituzioni finanziarie lo avessero realizzato.

Quando il boom immobiliare americano si è trasformato in una bolla, una complessa ed opaca struttura di crediti finanziari ha portato a preoccupazioni su quale istituzione stava detenendo quali titoli, e quali istituzioni fossero solvibili. A sua volta, ciò ha generato enormi fughe di liquidità, non tanto dalle banche, bensì da molte istituzioni finanziarie non-bancarie, come le banche d’investimento – molte delle quali hanno operato nel corso degli anni come banche ma senza la regolazione e la protezione che queste ricevevano. La garanzia standard dei depositi,
semplicemente, non copriva le loro necessità.

Fornire liquidità alle istituzioni rilevanti, al fine di renderle capaci di soddisfare i bisogni dei creditori, richiedeva l’uso di politiche monetarie su larghissima scala, e spesso in modi nuovi.
Fortunatamente, è stata intrapresa una politica monetaria massiccia e per lo più innovativa. Ma tutto ciò non è stato sufficiente ad evitare una grande contrazione del credito ed un netto declino nella domanda e nella produzione.
La politica fiscale, sotto forma di ampi aumenti di spesa pubblica, è stata utilizzata per compensare il declino della domanda privata. Ma i livelli di debito governativo sono cresciuti velocemente e sia i policy maker che gli investitori hanno iniziato a preoccuparsi. Il rischio sovrano percepito (la possibilità che un governo possa dichiarare default sul proprio debito), che, nelle economie avanzate, era stato vicino allo zero prima della crisi – è aumentato in una serie di paesi, rendendo difficile l’utilizzo della politica fiscale per sostenere la domanda e creando allo stesso tempo rischi nei bilanci dei creditori, come le banche, che detenevano il debito sovrano.

Si sono sviluppati i cosiddetti loop diabolici tra il debito pubblico e quello privato: i governi deboli hanno indebolito quelle banche che detenevano i titoli di stato nei loro portafogli; le banche indebolite avevano bisogno di più capitale, che spesso doveva provenire da fondi pubblici, indebolendo ancora i governi.
Man mano che le banche centrali provavano a mantenere l’attività economica riducendo i tassi d’interesse ufficiali (ad esempio, il federal funds rate overnight negli Stati Uniti), il limite inferiore dello zero è stato raggiunto rapidamente, e siamo fermi lì da oltre cinque anni. I policy maker non sono riusciti ad incrementare le aspettative di inflazione in maniera tale da poter diminuire ulteriormente i tassi d’interesse reali.
Il rischio della deflazione è ancora chiaramente manifesto in tutta l’eurozona, e in molti paesi dell’eurozona è realtà. La deflazione aumenta il peso reale del debito pubblico e del debito privato, il che rende a sua volta il pagamento più oneroso e costringe i debitori a ridurre la propria spesa, e ciò diminuisce a sua volta l’attività economica – un altro loop diabolico.

In questo contesto, la politica economica – specialmente la politica monetaria – si è ammantata di elementi di magia nera. Alcune politiche, come ad esempio la recente svolta della BCE che pone una piccola tassa sui depositi che le banche mantengono presso la BCE (in altre parole, un tasso d’interesse lievemente negativo) avrà, sulla carta, effetti immediati risibili. Ma se queste politiche vengono viste come l’impegno della banca centrale a fare “qualunque cosa sia necessaria” – come Mario Draghi, governatore della BCE, ha dichiarato in un celebre discorso del 2012 – per stimolare i prestiti, possono avere effetti molto più ampi. L’entità di questo effetto psicologico, tuttavia, è estremamente difficile da prevedere o controllare.

Dove ci sta portando tutto ciò?

La crisi porta con sé un’ovvia implicazione politica: le autorità dovrebbero eleggere come uno dei maggiori obiettivi delle politiche macroeconomiche e di regolazione finanziaria (o macroprudenziali) quello di stare lontano dagli angoli oscuri.

Siamo ancora troppo vicini a quegli angoli. La crisi stessa ha portato a larghi accumuli di debito, sia pubblico che privato. Finora, i loop diabolici sono stati sventati, ma basterebbe uno shock avverso per farli comparire di nuovo. Da ora in poi e per un lungo periodo di tempo, una delle priorità della politica macroeconomica sarà quella di far tornare i livelli debitori a livelli meno pericolosi, lentamente ma costantemente, ovvero di muoversi più lontano possibile dagli angoli oscuri.Tuttavia, molto altro deve essere fatto. Se il sistema finanziario fosse stato meno opaco, se cioè i coefficienti di capitale fossero stati più alti, sarebbe potuta manifestarsi comunque una bolla immobiliare negli USA a partire dal 2007-2008. Ma gli effetti sarebbero stati limitati – una moderata recessione negli USA nella peggiore delle ipotesi, invece che una crisi economica globale.

Possiamo rendere il sistema finanziario più trasparente e più robusto? La risposta è un netto sì. Le autorità hanno innalzato i requisiti di capitale per le banche – una misura essenziale di difesa contro il crollo del sistema finanziario. Ma le banche sono solo una parte della complessa rete di istituzioni finanziarie e mercati, e i rischi sono tutt’altro che passati. La realtà della regolazione finanziaria è che le nuove regole aprono nuove strade per l’arbitraggio, quando le istituzioni trovano falle nella regolazione. Ciò a sua volta costringe le autorità a istituire nuove regolazioni, ed è come giocare a guardie e ladri (fra ladri molto abili e guardie meno agili). Stare lontani dagli angoli oscuri richiederà uno sforzo continuo, non una regolazione una tantum.

Anche la politica macroeconomica gioca un ruolo essenziale. Se i tassi nominali fossero stati più elevati prima della crisi, il margine di manovra della politica monetaria sarebbero stati più ampi. Se l’inflazione e i tassi d’interesse nominali fossero stati, diciamo, del 2% più alti prima della crisi, le banche centrali sarebbero state in grado di diminuire i tassi d’interesse reali di altri 2 punti percentuali prima di toccare il livello inferiore dello zero sui tassi nominali. Questi 2 punti percentuali in più non sono trascurabili. I loro effetti sarebbero stati circa uguali a quelli delle politiche monetarie non convenzionali adottate dalle banche centrali quando è stato raggiunto il livello dello zero – acquistando attività del settore privato e titoli di stato a lunga scadenza per abbassare i tassi d’interesse di lungo termine invece che operando tramite la tecnica standard della manipolazione di un tasso politico a breve termine (il professore di Harvard Kenneth S. Rogoff, ex capo del Dipartimento di Ricerca del FMI, ha suggerito soluzioni diverse dalla maggiore inflazione, come la sostituzione del contante con la moneta elettronica, che potrebbe pagare tassi d’interesse nominali negativi. Ciò rimuoverebbe il vincolo posto dal livello inferiore dello zero.)

Spostandoci dall’ambito politico a quello della ricerca, il messaggio dovrebbe essere: lasciate che un centinaio di fiori sboccino. Ora che siamo più consapevoli delle non-linearità e dei pericoli che pongono, dovremmo esplorarle di più dal punto di vista teorico ed empirico – e in qualsiasi tipo di modello. Sta già avvenendo, e a giudicare dalla mole di working paper a partire dall’inizio della crisi, sta avvenendo su larga scala. La finanza e la macroeconomia, in particolare, si stanno integrando sempre di più, e questa è davvero una buona notizia.
Ma questa risposta genera automaticamente un’altra domanda: come dovremmo modificare i nostri modelli fondamentali – i cosiddetti modelli di equilibrio dinamico stocastico generale (DSGE) che utilizziamo, ad esempio, al FMI per immagine scenari alternativi fra loro e quantificare gli effetti delle decisioni di politica economica?

La parte facile e indiscussa della risposta è che i modelli DSGE dovrebbero essere espansi al fine di riconoscere meglio il ruolo del sistema finanziario – e questo sta avvenendo. Ma questi modelli dovrebbero essere in grado di descrivere il comportamento dell’economia negli angoli oscuri?

Lasciatemi fornire una risposta pragmatica. Se la politica macroeconomica e la regolazione finanziaria sono predisposti in maniera tale da mantenere una sana distanza rispetto agli angoli oscuri, allora i nostri modelli che riflettono situazioni di normalità potranno essere ancora largamente appropriati. Un’altra categoria di modelli economici, volti a misurare il rischio sistemico, possono essere utilizzati per ridurre il rischio ed incrementare quella distanza. Provare a creare un modello che integri i periodi di normalità e i rischi sistemici può essere oltre la portata tecnica e concettuale della professione. La crisi è stata immensamente dolorosa. Ma uno dei suoi lati positivi è stato il fatto di aver dato una scossa alla macroeconomia e alla politica economica. La lezione principale di politica economica da trarre è: state alla larga dagli angoli oscuri.

(L’autore, Olivier Blanchard, è Consulente Economico del Fondo Monetario Internazionale e capo del Dipartimento di Ricerca del FMI)

Keynes sul risparmio

(Quest’articolo è disponibile come paper su fondazionebasso.it)

La rivoluzione intellettuale di Keynes fu quella di far passare gli economisti dal credere ad un modello della realtà nel quale un cane chiamato “risparmio” scodinzolava la sua coda in cui era appeso un cartello con scritto “investimento”, al credere ad uno in cui un cane chiamato “investimento” scodinzolava la sua coda in cui era appeso un cartello con scritto “risparmio”. (Meade 1975, p. 82.)

L’ordine naturale delle cose.

SmithTutta la teoria economica pre-keynesiana, salvo poche eccezioni, fu dominata dall’idea che il fattore decisivo per la crescita di ricchezza e benessere dell’intera collettività fosse la parsimonia, la virtù di astenersi dal consumo corrente e destinare le risorse risparmiate all’accumulazione di capitale. Non esistevano dubbi che tutto ciò che fosse stato risparmiato sarebbe stato convertito immediatamente in investimento. L’immediata implicazione di ciò era che ci sarebbe sempre stato un livello di domanda aggregata sufficiente ad assorbire qualunque volume di produzione.

Smith, con cui nasce la teoria economica moderna, espresse con estrema chiarezza queste idee:

la parsimonia, e non l’attività è la causa immediata dell’aumento del capitale. In realtà l’attività provvede l’oggetto, che la parsimonia accumula; ma qualunque cosa l’attività possa acquistare, se la parsimonia non la risparmiasse e non l’accantonasse, il capitale non crescerebbe mai […] Ciò che è annualmente risparmiato viene consumato altrettanto regolarmente, come ciò che è annualmente speso, e per di più quasi nello stesso tempo; ma è consumato da una categoria diversa di persone (Smith 1776, pp. 305-6).

L’accumulazione resa possibile dalla parsimonia della classe capitalistica è il fattore fondamentale che favorisce la crescita della ricchezza delle nazioni 1. L’investimento si traduce in maggiore produzione, estensione dei mercati e, quindi, condizioni più favorevoli all’approfondimento della divisione del lavoro che, a sua volta, fa crescere la produttività del lavoro. L’eventualità che ciò che è risparmiato non venga investito ma trattenuto in forma inoperosa, cioè, tesaurizzato, è contemplata da Smith solo in riferimento a situazioni e paesi in cui la fase storica precapitalistica non è stata ancora superata 2.

Questa concezione del risparmio fu sostanzialmente comune a tutta l’economia politica classica, con la parziale eccezione di Malthus 3, ma resta alla base anche dell’economia marginalista che inizia ad affermarsi negli anni settanta del secolo scorso, sebbene l’idea che tutto ciò che è risparmiato è necessariamente investito non fosse più espressa con la chiarezza e immediatezza di Smith, di Ricardo o di John Stuart Mill.

Nella teoria marginalista intervengono alcuni elementi che rendono più complesso e articolato il quadro analitico. Il risparmio che cessa di essere prerogativa esclusiva della classe capitalistica non viene più identificato immediatamente con l’investimento, ma la trasformazione avviene in modo più mediato attraverso il sistema finanziario e creditizio. In tal modo l’uguaglianza tra risparmio e investimento viene assicurata dalle variazioni del tasso d’interesse, che è la variabile fondamentale che regola l’offerta di fondi risparmiati e la domanda di fondi destinati all’investimento.

Basta leggere i Principles (1920) di Marshall per rendersi conto di come il suo atteggiamento di fondo verso parsimonia e risparmio resti sostanzialmente nella tradizione classica. Risparmiare equivale a differire il consumo presente a una data futura e questa scelta di attendere va remunerata dall’interesse poiché la natura umana è tale da preferire una gratificazione presente a una futura. Il risparmio non si traduce immediatamente in investimento da parte dello stesso soggetto che si astiene dal consumo, ma ciò non introduce differenze sostanziali, come si può vedere dalla seguente citazione:

Il piacere aggiuntivo che un contadino, il quale abbia costruito una capanna ben riparata dalle intemperie, trae dall’uso che ne fa mentre la neve si infiltra nelle capanne dei suoi vicini che hanno impiegato meno lavoro per costruirle, è il premio guadagnato dal suo lavoro e dalla sua attesa. Esso rappresenta la produttività aggiuntiva degli sforzi saviamente spesi nel far fronte a danni lontani, o per soddisfare bisogni futuri, in confronto con quanto sarebbe derivato dal far fronte impulsivamente a soddisfazioni immediate. Così esso è simile in tutti gli aspetti fondamentali all’interesse che il medico in pensione trae dal capitale che ha prestato ad uno stabilimento o ad una miniera per metterla in grado di migliorare le proprie macchine (Marshall 1920, p. 351).

Nel caso del contadino la rinuncia al godimento presente si traduce direttamente in un investimento da lui effettuato (la costruzione di una capanna migliore); nel caso del pensionato, la trasformazione è indiretta, ma pur sempre il risparmio diviene investimento. In entrambe le situazioni, è la parsimonia che consente la crescita della ricchezza sia individuate sia sociale.

Nei moderni sistemi economici, il risparmio affluisce alle banche che provvedono a trasformarlo rapidamente in prestiti a coloro che desiderano effettuare investimenti in beni capitali: via via che sono accumulati risparmi, essi vengono affidati a una banca che «li presta il più sollecitamente possibile a una qualche impresa che li impiega produttivamente in un modo o nell’altro» (Wicksell 1935, p. 258). Il risparmio così è essenzialmente a vantaggio delle generazioni future in quanto esso consente di rendere più efficiente il sistema produttivo. Chi risparmia, «non priva la generazione futura di nulla; anzi, generalmente, ha piuttosto contribuito ad aumentarne il reddito e il consumo reale in quanto una produzione capitalistica più intensiva ha l’effetto di aumentare i salari e le rendite» (Wicksell 1935, p. 259).

Nell’economia marginalista l’apparato analitico che provvede alla dimostrazione che tutto ciò che è risparmiato viene investito, convive con qualcosa di più profondo: la convinzione che è, per così dire, «nell’ordine naturale delle cose» che il risparmio sia destinato all’investimento. L’esperienza storica, d’altro canto, sembrava confermare tutto ciò; la parsimonia delle classi medie si era tradotta in un poderoso processo di accumulazione di capitale che aveva fatto raggiungere alle economie europee livelli di ricchezza e di benessere senza precedenti storici.

La sfiducia nel futuro.

Keynes criticherà l’apparato analitico marginalista, ma il suo abbandono della visione tradizionale di parsimonia e risparmio si fonda anche sul venir meno di quella convinzione secondo cui il risparmio si trasforma «naturalmente» in investimento. Il risparmio per Keynes è innanzi tutto una sottrazione di spesa: chi risparmia si astiene dal consumo presente e determina una minore domanda aggregata 4 da cui dipendono produzione e occupazione. Ciò è vero in quanto non vi è alcuna ragione necessaria perché la rinuncia a domandare beni di consumo si trasformi automaticamente in domanda di beni capitali, cioè in investimento.

Il processo intellettuale attraverso cui Keynes giunse alla sua teoria della domanda effettiva e alla critica radicale dell’ortodossia marginalista cominciò quasi immediatamente dopo la pubblicazione del Treatise on Money nel 1931 (The Collected Writings of John Maynard Keynes [d’ora in poi KCW], voll. V e VI); ma egli giunse assai prima a maturare il convincimento che le economie occidentali erano entrate in una nuova fase storica caratterizzata, fra l’altro, da un diverso atteggiamento verso le virtù della parsimonia e del risparmio. Da questo punto di vista, la svolta nella biografia intellettuale di Keynes va cercata negli anni intorno alla prima guerra mondiale che fece entrare le economie capitalistiche occidentali in una fase storica, sociale ed economica nuova. La parsimonia cessa di essere la virtù fondamentale che guida il comportamento delle classi sociali e, soprattutto, delle classi dominanti.

Nel 1919, Keynes pubblicò The Economic Consequences of the Peace (KCW, vol. II) per protestare contro il trattato di Versailles e contro il trattamento, a suo vedere iniquo, riservato alla Germania, la potenza sconfitta. Il libro inizia con un breve ma intenso panorama della situazione prebellica. I cinquant’anni che precedettero lo scoppio della Grande Guerra apparvero come un periodo «felice» e destinato a perpetuarsi indefinitamente. La gran parte della popolazione era sottoposta a dure condizioni di lavoro e godeva di un basso tenore di vita, ma esisteva la concreta speranza di poter entrare come singoli a far parte dei ranghi delle classi medie che godevano di agi e benefici senza precedenti nella storia passata. Così lo stato di cose esistente non veniva messo in discussione in modo radicale, ma anzi appariva «normale, del tutto certo e permanente, salvo che nella direzione di un ulteriore incremento», ogni allontanamento da esso era peraltro considerato «aberrante, scandaloso e da sfuggirsi» (Keynes 1919, p. 31).

Tuttavia questo stato di cose era minato da alcuni fattori di instabilità: fattori inerenti alla dinamica demografica europea ed extraeuropea; all’organizzazione e alla psicologia sociale. Qui conviene concentrarsi sui fattori organizzativi e psicologici. Il contesto generale dell’Europa prebellica era tale da favorire nel massimo grado l’accumulazione e lo sviluppo grazie a una distribuzione del reddito fortemente sbilanciata a favore delle classi con la maggiore propensione a risparmiare e a investire 5. I «ricchi» del XIX secolo al consumo preferivano piuttosto il potere che derivava loro dall’accumulazione di capitale. Questo era l’elemento che rendeva socialmente sopportabili le profonde disuguaglianze distributive dell’epoca. Se i ricchi avessero speso la loro ricchezza per i loro piaceri, ciò sarebbe stato ben presto considerato socialmente intollerabile.

Le classi lavoratrici accettavano l’ordine sociale esistente che destinava loro solo una piccola fetta della «torta» prodotta 6, le classi capitalistiche potevano appropriarsi di gran parte della «torta» poiché era tacitamente inteso che non l’avrebbero consumata ma risparmiata e destinata alla produzione di un’altra torta ancor più grande. Così,Keynes-3-240x300

il dovere di «risparmiare» divenne celebrata virtù e l’ingrossamento della torta oggetto di vera religione. […] La socie lavorava non per i piccoli piaceri dell’oggi ma per la certezza del futuro e per il miglioramento della stirpe in sostanza per il «progresso» (Keynes 1919, p. 35).

Questo processo di accumulazione e crescita era però insostenibile e lo scoppio della guerra può considerarsi frutto delle contraddizioni che lo minavano.

La guerra fece venir meno quelle illusioni che avevano dominato l’epoca precedente:

La guerra ha rivelato a tutti la possibilità del consumo immediato e a molti la vanità dell’astinenza. Così l’inganno è rivelato; le classi lavoratrici possono non essere più disposte a così larghe rinunzie e le classi capitalistiche, non più fiduciose nel futuro, possono avere voglia di godere in modo più completo la loro libertà di consumo fin quando essa duri, precipitando così l’ora della sua confisca (Keynes 1919, p. 36).

Qui appaiono alcuni elementi che saranno destinati a svolgere un ruolo cruciale nello sviluppo del pensiero di Keynes: la sfiducia nel futuro, la «liberazione» delle classi capitalistiche dall’obbligo di comportarsi virtuosamente risparmiando e accumulando, il pericolo della fine tout court della società borghese. Sia sul piano teorico che su quello dell’impegno più direttamente politico, Keynes cercherà di trovare risposte adeguate al nuovo stato di cose venutosi a creare.

La forma del risparmio.

L’analisi del risparmio di Keynes si impernia su due elementi importanti: a) la necessità di non estendere indebitamente a livello macroeconomico quanto può essere valido a livello microeconomico; b) la non esistenza di motivi logici per cui si debba necessariamente verificare un equilibrio tra risparmio e investimento tale da assicurare la piena occupazione del lavoro e della capacità produttiva esistente.

Per quanto riguarda il primo punto, è evidente che l’individuo che si astiene dal consumo corrente accresce la propria ricchezza indipendentemente dalla forma in cui decida di detenerla. Ma ciò cessa di essere vero non appena ci si sposti a ragionare a livello aggregato. Una decisione collettiva di ridurre il consumo corrente, destinando al risparmio una quota maggiore del reddito, determina un corrispondente aumento della ricchezza sociale solo se le decisioni di risparmio si traducono, direttamente o indirettamente, in decisioni di investimento. Coloro che ritengono che la trasformazione del risparmio in investimento debba necessariamente avvenire «suppongono erroneamente che vi sia un nesso che unisca le decisioni di astenersi dal consumo presente con le decisioni di provvedere al consumo futuro» (Keynes 1936, p. 19).

La teoria economica pre-keynesiana, come abbiamo visto, riteneva effettivamente che tutto il risparmio venisse investito e, perciò, riteneva anche legittimo sostenere che una maggiore disposizione a risparmiare del sistema nel suo complesso si traducesse in maggiore ricchezza sociale. L’atto di risparmiare ovviamente rappresenta innanzi tutto una minore domanda di beni di consumo che per gli economisti pre-keynesiani è tuttavia compensata da un corrispondente aumento della domanda di beni d’investimento, cosicché la domanda aggregata resta invariata. Ma per Keynes non è necessariamente così: il risparmio non si traduce necessariamente, direttamente o indirettamente, in investimento. I fattori che regolano le decisioni d’investimento sono essenzialmente indipendenti da quelli che regolano le decisioni di astenersi dal consumo corrente.

Ogni individuo determina quanto del suo reddito è speso in beni di consumo e quanto è risparmiato; ma, presa questa decisione, ve ne è una successiva che riguarda la forma in cui detenere il risparmio. Le alternative considerate da Keynes nella General Theory sono due:

a) mantenere il risparmio in forma liquida (moneta);

b) convertire il risparmio direttamente o indirettamente in investimento.

In altri termini, una volta presa la decisione di risparmiare, all’individuo resta ancora un grado di libertà: la possibilità di mantenere il risparmio sotto forma di moneta piuttosto che convertirlo in investimento 7. Quanto vale per il risparmio vale più in generale per la ricchezza 8: anch’essa può essere detenuta in moneta piuttosto che in beni capitali (o attività finanziarie) che producono un rendimento 9.

Il motivo fondamentale per cui si desidera detenere ricchezza sotto forma di moneta, anziché in forme più produttive, è perché la moneta, in virtù della sua liquidità, rappresenta – o, meglio, è ritenuta rappresentare la migliore difesa contro il futuro incerto 10. In altre parole, il desiderio di detenere moneta è un indicatore del grado di sfiducia nei confronti del futuro: «Il possesso effettivo di moneta placa la nostra inquietudine» (KCW, vol. XIV, p. 116).

Keynes, soprattutto nel capitolo 17 della General Theory (Keynes 1936, pp. 197-215), fornì una spiegazione dettagliata e abbastanza complessa dei motivi per cui la decisione di detenere ricchezza sotto forma liquida, ovvero domandare moneta, non può essere considerata equivalente alla decisione di domandare altri beni. Uno dei motivi fondamentali della differenza fra domanda di moneta e domanda di beni è che la moneta non è un bene producibile: una maggiore domanda di moneta non ne determina una maggiore produzione. Se la moneta fosse un bene analogo a tutti gli altri, una maggiore domanda di moneta a scapito di quella per altri beni produrrebbe, in generale, un effetto neutrale sul livello aggregato del reddito e dell’occupazione. Si avrebbe una semplice riallocazione del prodotto e dell’occupazione fra il settore che produce moneta e i settori che producono altri beni; una riallocazione analoga a quella prodotta dallo spostamento di domanda da un bene x a un altro bene y. Una minore domanda del bene x produrrebbe effetti negativi sul livello di produzione e occupazione nel settore x; la maggiore domanda del bene y avrebbe effetti positivi su produzione e occupazione del settore y e l’effetto netto globale di questi cambiamenti sarebbe nullo 11.

Qui non è il caso di entrare in una discussione approfondita delle argomentazioni di Keynes nel capitolo 17, ma possiamo affrontare lo stesso problema da un diverso angolo visuale e rifacendoci ad altri lavori di Keynes sia precedenti sia successivi alla General Theory. La domanda se una più elevata preferenza per la liquidità non abbia in definitiva alcun effetto significativo sulle variabili «reali» del sistema (produzione e occupazione) equivale alla domanda se una più elevata preferenza per la liquidità debba necessariamente significare che i risparmi (o, più in generale, la ricchezza) non si trasformano in investimento. Una risposta significativa a questa domanda richiede che si prenda in considerazione il ruolo che svolge il sistema finanziario e creditizio nelle economie di mercato.

Nel 1936, Keynes sviluppò la sua analisi astraendo dal ruolo del sistema bancario e considerando l’offerta di moneta come variabile esogena, vale a dire una variabile determinata dalle decisioni delle sole autorità monetarie 12; tuttavia egli dedicò ampia attenzione al ruolo delle banche sia nel Treatise on Money sia in alcuni articoli successivi alla General Theory 13. Una volta introdotto il sistema bancario abbiamo tre «poli decisionali» fondamentali:

a) il «pubblico», cioè i percettori di reddito che decidono l’ammontare di risparmio e la forma in cui detenerlo;

b) le imprese, che effettuano investimenti e domandano fondi per finanziarli;

c) le banche, che da un lato raccolgono i risparmi del pubblico e dall’altro effettuano prestiti.

Seguendo Keynes possiamo assumere che la decisione di tesaurizzare il proprio risparmio corrisponda alla decisione di detenerlo presso una banca sotto forma di deposito, mentre la decisione di convertirlo in investimento corrisponde alla decisione di acquistare titoli, cioè effettuare prestiti a favore di imprese che intendono fare investimenti reali (KCW, vol. V, p. 127) 14. I depositi presso le banche hanno in generale lo stesso grado di liquidità della moneta contante.

In tale contesto, se il pubblico nel suo complesso dimostra una maggiore propensione a tesaurizzare i risparmi, questo non significa necessariamente che essi non possano trasformarsi in investimento. A tale riguardo il ruolo delle banche è evidentemente cruciale. Le banche infatti possono agire in modo tale da neutralizzare la più alta preferenza per la liquidità da parte del pubblico: è sufficiente che esse acconsentano ad accogliere i depositi che il pubblico desidera, acquistando allo stesso tempo i titoli che il pubblico non desidera detenere.

Il prezzo dei titoli dipende dall’offerta e dalla domanda ed è in correlazione inversa con il tasso d’interesse; se il pubblico mostra di avere una maggiore propensione a tesaurizzare, la domanda di titoli si riduce e, quindi, il tasso d’interesse aumenta scoraggiando gli investimenti. Se però le banche agiscono in senso inverso a quello del pubblico, non si ha necessariamente un effetto negativo sui prezzi dei titoli e sugli investimenti. Il prezzo dei titoli dipende perciò «dal sentimenti del pubblico e dal comportamento del sistema bancario» (Keynes 1931, p. 128).

Le banche così possono svolgere un ruolo decisivo, rendendo possibile che il risparmio si traduca in investimento indipendentemente dai desideri e dalle propensioni di coloro che effettivamente risparmiano. In effetti ciò è possibile, ma due osservazioni sono decisive a questo riguardo. Finora abbiamo tacitamente assunto che le imprese intendano effettivamente fare investimenti e domandino perciò i fondi necessari a finanziarli. Tuttavia, se le imprese non intendono fare investimenti, le decisioni del pubblico e delle banche concernenti il risparmio e la forma in cui detenerlo diventano sostanzialmente irrilevanti. Potremmo infatti supporre una situazione in cui la preferenza per la liquidità del pubblico e delle banche è nulla, ma le imprese non intendono comunque effettuare alcun investimento; in tal caso il risparmio è solo rinuncia a consumare, è cioè una detrazione di domanda aggregata che ha un evidente effetto negativo sul livello di produzione e occupazione 15. In altre parole, sono le decisioni d’investimento delle imprese che costituiscono l’elemento chiave per la comprensione della dinamica del reddito e dell’occupazione.

Così come sono cruciali le decisioni d’investimento delle imprese industriali, altrettanto cruciali sono le decisioni delle banche. Se è vero che le banche possono neutralizzare un’elevata preferenza per la liquidità del pubblico, è anche vero il contrario: anche le banche possono mostrare un’elevata preferenza per la liquidità 16 e non agire in senso favorevole all’investimento. In tal senso le banche «occupano la posizione chiave nella transizione da una più bassa a una più elevata scala di attività» (KCW, vol. XIV, p. 222).

Le banche sono anch’esse imprese capitalistiche che effettuano una specifica forma di investimento prestando fondi. Le decisioni delle banche di investire o meno, cioè di avere una posizione meno liquida o più liquida, sono essenzialmente guidate dagli stessi fattori che guidano le decisioni d’investimento delle imprese industriali, essenzialmente la profittabilità attesa. Se le aspettative di profitto delle banche sono pessimistiche, esse tenderanno ad avere un’elevata preferenza per la liquidità. Inoltre, poiché le banche seguono la stessa logica capitalistica delle altre imprese, è verosimile ritenere che esse tendano a mostrare un’elevata preferenza per la liquidità nelle stesse fasi in cui le imprese industriali sono meno propense a effettuare investimenti.

Così, anche in un contesto più complesso come quello ora considerato, non esistono ragioni necessarie per cui le decisioni di risparmiare si traducano automaticamente in decisioni di investire. In questo quadro il risparmio in quanto tale non è una virtù sociale, nel senso che non significa necessariamente contribuire all’accrescimento della ricchezza collettiva e delle generazioni future. Le decisioni «virtuose» sono quelle concernenti l’investimento; sia le decisioni da parte delle imprese che producono beni e servizi sia le decisioni da parte delle banche. In termini più analitici, ciò significa che non è il risparmio che determina l’investimento, ma piuttosto il contrario. Un aumento dell’investimento aggregato implica un incremento della domanda di beni (capitali) da produrre; ciò fa crescere sia l’occupazione sia il reddito; l’aumento del reddito porta con l’aumento del risparmio.

Il possesso di moneta.

marxAbbiamo visto che, descrivendo le caratteristiche della nuova fase cominciata con la prima guerra mondiale, Keynes sottolineò due aspetti: un atteggiamento di sfiducia verso il futuro incerto e la «libertà» di potersi sottrarre al «dovere» di convertire il risparmio in ricchezza fisica accumulata, ovvero in investimento. Al contrario della fase storica precedente, il futuro non appare più essenzialmente un immutato ripetersi dello stato di cose esistente e il comportamento virtuoso gia descritto da Smith due secoli prima non è più considerato inevitabile. Queste convinzioni di Keynes si traducono sul piano analitico in modo abbastanza trasparente.

Abbiamo visto, seppure in modo rapido, come il problema dell’incertezza rispetto al futuro costituisca un elemento centrale di tutta la sua riflessione teorica. La nozione keynesiana di incertezza ha certamente radici teoriche e filosofiche che vanno al di la della contingenza storica durante la quale egli la sviluppò, ma è anche vero che quella realtà deve avere svolto un ruolo non del tutto secondario.In un mondo che si trovi in uno stato di sviluppo e crescita relativamente «ordinato» come la fase prebellica, è probabilmente più facile assumere che il futuro ripete essenzialmente il passato, vale a dire che gli events storici, sociali ed economici tendono a ripetersi in modi essenzialmente immutato.

La possibilità di «difendersi» dall’incertezza, cercando di porsi in una posizione quanto più possibile flessibile e offerta essenzialmente dalla moneta nella sua funzione di riserva liquida. Detenendo moneta gli individui si sottraggono all’obbligo di impegnarsi in attività (I’investimento) strutturalmente incerte in quanto richiedono decisioni e azioni nel tempo presente in vista di risultati destinati a verificarsi in un futuro relativamente distante e fondamentalmente non prevedibile. E in questo senso che l’esistenza di un’economia monetaria cioè un’economia in cui la moneta svolge un ruolo essenziale e da cui non si può astrarre offre «libertà» . Nè lo stock di ricchezza ne il risparmio corrente debbono necessariamente convertirsi, immobilizzarsi, in investimenti reali, ma possono restare congelati in forma monetaria, conservando la possibilità di trasformarsi in ogni momento in qualsivoglia bene o attività. Il possesso di moneta placa l’inquietudine degli individui rispetto al futuro ma, allo stesso tempo, ha effetti sociali negativi. Il possesso di moneta, seppure conveniente a livello individuale, si traduce socialmente in minori investimenti, meno produzione e meno occupazione, uno spreco di risorse a danno tanto delle generazioni presents quanto di quelle future.

Su di un piano più generale, tutto ciò implica una perdita di legittimazione da parte delle classi dominanti: il loro potere e i loro benefici appaiono meno giustificati che in passato in quanto esse possono più facilmente sottrarsi alla loro «missione storica» che consiste nella promozione dell’accrescimento della ricchezza e del benessere sociale. Parlando di esaurimento della «missione storica» delle classi dominanti, non può non venire alla mente Marx e, quindi, l’esistenza di un elemento in comune con Keynes. In effetti, anche per Marx, in termini più tecnici, si tratta dell’alternativa fra I’ipotesi tradizionale di un mondo ergodico e l’ipotesi keynesiana di un mondo non ergodico. (Su ciò si veda Davidson 1994, pp. 89-91, che rappresenta una delle poche eccezioni all’ortodossia dominante secondo cul il risparmio è necessariamente investito). La classe capitalistica ha la missione storica di promuovere il progresso economico e sociale, ma da una certa fase in poi essa viene meno al suo compito e finisce per rappresentare il principale ostacolo all’ulteriore dispiegarsi delle forze produttive e sociali.

Tuttavia, detto ciò, emergono immediatamente due differenze significative fra Marx e Keynes. Innanzi tutto Marx, sbagliando, anticipò di molto rispetto a Keynes la fine della fase per così dire «positiva» del capitalismo. Inoltre, e soprattutto, ciò che distingue Marx da Keynes è la posizione concernente gli esiti che la fine della fase «dinamica» del capitalismo deve avere. Per Marx, l’esito storico “obbligato” è una rivoluzione che condurra la società verso il comunismo, cioè la piena negazione del capitalismo. Keynes, per contro, non dimostro alcuna simpatia nè per la rivoluzione nè tanto meno per il comunismo. La sua consapevolezza che il sistema sociale ed economico fosse entrato in una fase di crisi, e il timore che questa potesse sfociare in una rivoluzione, si tradusse in un impegno costante, sia a livello teorico che politico, alla ricerca di soluzioni «riformiste» per risolvere la crisi conservando allo stesso tempo i caratteri essenzialidella società borghese liberale. È qui evidentemente impossibile sviluppare ulteriormente il confronto fra Marx e Keynes. (Per un esarne più approfondito del rapporto fra Marx e Keynes sul piano analitico, si veda Sardoni 1987.)

Note

1 In Smith, e in tutta l’economia politica classica, risparmio e accumulazione sono attività proprie della classe capitalistica. I lavoratori non sono in grado di risparmiare in quanto il loro reddito è sostanzialmente al livello di sussistenza e i proprietari terrieri tendono a consumare improduttivamente i loro redditi.

2 «In verità, in quegli sventurati paesi, in cui gli uomini vivono continuamente sotto il timore della violenza di coloro che comandano, essi spesso seppelliscono o nascondono gran parte della loro scorta, per averla sempre a portata di mano per trasportarla in qualche luogo sicuro, in caso che siano minacciati da uno di quei disastri, ai quali essi si ritengono in ogni tempo esposti» (Smith 1776, pp. 253). Il passo citato è seguito da alcune osservazioni di Smith su paesi come la Turchia, non ancora entrati nella fase storica del capitalismo.

3 Keynes considerò Malthus un suo predecessore nel tentativo di affermare una teoria della domanda effettiva in contrapposizione all’ortodossia dominante. Tuttavia è probabile che Keynes abbia sopravvalutato il carattere innovativo di Malthus il quale, non abbandonando mai l’idea che tutto il risparmio è investito, si trovò nell’impossibilità di provare l’esistenza di situazioni in cui la domanda aggregata è insufficiente rispetto all’offerta aggregata. Su ciò cfr., per es., Sardoni 1987, pp. 13-25.

4 Per semplicità, supponiamo che la domanda aggregata sia costituita esclusivamente di beni di consumo (C) e di beni di investimento (I).

5 «L’Europa era socialmente ed economicamente organizzata in modo da permettere la massima accumulazione di capitale. Mentre vi era un certo continuo miglioramento nelle condizioni quotidiane di vita della massa della popolazione, la società era organizzata in guisa che una gran parte del reddito di nuova formazione veniva a cadere sotto il controllo della classe che era meno incline a consumarlo» (Keynes 1919, p. 34).

6 «[L]e classi lavoratrici accettavano, per ignoranza o per impotenza, o erano costrette, persuase o indotte dal costume, dalla convenzione o dall’autorità o dal ben regolato ordine sociale, ad accettare una situazione per la quale esse potevano chiamare propria una ben piccola parte della torta che esse stesse e la natura e i capitalisti avevano cooperato a Produrre» (Keynes 1919, p. 35).

7 Ciò implica anche che l’interesse non possa considerarsi la remunerazione del risparmio o dell’attesa. «Se un uomo tesaurizza i suoi risparmi in denaro, non percepisce alcun interesse, benché risparmi esattamente tanto quanto prima» (Keynes 1936, p. 146).

8 Il risparmio non è altro che un flusso incrementale dello stock di ricchezza.

9 Detenere ricchezza sotto forma di attività finanziarie equivale a un possesso indiretto di beni capitali che dà diritto a percepire un rendimento.

10 Incertezza che, per Keynes, è destinata a restare intrattabile con gli strumenti della logica ordinaria o del calcolo delle probabilità: Con l’uso della nozione di conoscenza “incerta” […] non intendo semplicemente distinguere ciò che è noto per certo da ciò che è solo probabile. Il gioco della roulette non è soggetto, in questo senso, a incertezza […] Il senso in cui usa il termine è quello secondo cui la possibilità di una guerra in Europa, il prezzo del rame e il tasso d’interesse da qui a venti anni, l’obsolescenza di una nuova invenzione o la situazione dei proprietari privati di ricchezza nel sistema sociale del 1970 sono incerti. Su tali faccende non esiste base scientifica su cui determinare una qualsiasi probabilità calcolabile» (KCW, vol. XIV, pp. 113-4).

11 Viene fatta l’ipotesi semplificativa che l’elasticità delle funzioni di offerta nei due settori sia uguale. Un effetto riallocativo analogo si avrebbe anche quando cresce la propensione del sistema a risparmiare e tutto il risparmio si converte in investimento: la diminuzione di produzione e occupazione nel settore dei beni di consumo è compensata dall’aumento di produzione e occupazione nel settore dei beni capitali, cosicché produzione e occupazione aggregate restano invariate.

12 Un motivo per cui Keynes, nella General Theory, può aver deciso di considerare esogena l’offerta di moneta potrebbe essere di ordine «tattico»: considerando data l’offerta di moneta e mostrando che il livello generale dei prezzi tuttavia varia, Keynes potrebbe aver ritenuto di assestare un colpo a danno della teoria quantitativa della moneta accettata dal suoi antagonisti. Tuttavia questa scelta «tattica» di Keynes si è ben presto dimostrata un’arma a doppio taglio, rendendo buon gioco al contrattacco monetarista. Su questi argomenti, v. Kaldor 1983 e Harcourt-Sardoni 1994.

13 Gli articoli più significativi a questo riguardo sono: Alternative theories of the rate of interest (KCW, vol. XIV, pp. 201-15) e The «ex ante» theory of the rate of interest (KCW, vol. XIV, pp. 215-23), entrambi del 1937.

14 Stiamo assumendo che non esiste un settore pubblico. Se quest’ultimo fosse presente, l’acquisto di titoli potrebbe anche essere destinato al finanziamento della spesa pubblica in deficit.

15 Il quadro è in realtà più complesso. Una bassa preferenza per la liquidità determina un’elevata domanda di titoli e un incremento del loro prezzo (una diminuzione del tasso d’interesse) che può stimolare le imprese a effettuare investimenti poiché le condizioni di finanziamento sono più favorevoli. Tuttavia, per Keynes, un basso tasso d’interesse è solo uno dei fattori che influenzano le decisioni d’investimento e, quindi, non è detto che esso sia sufficiente a indurre le imprese a investire.

16 Che significa una bassa propensione a trasformare i depositi in prestiti alle imprese.

Claudio Sardoni (ordinario di Economia, Facoltà di scienze politiche Università di Roma “La Sapienza”.)