Che cos’è il debito?

(postato da sinistrainrete.info il 14/11/2011)

Denaro, crisi e progresso sociale secondo un antropologo; Philip Pilkington intervista David Graeber

Su cosa si fonda il valore del denaro? Come si origina il debito? Di fronte alla crisi globale che scuote oggi le più potenti economie capitalistiche del pianeta, sono probabilmente molti i profani di economia che, come il sottoscritto, si sono posti magari per la prima volta nella loro vita domande del genere.

Ho quindi deciso di realizzare e pubblicare su questo blog la traduzione di un’interessante intervista all’antropologo (nonché militante anarchico) David Graeber, già professore associato di Antropologia a Yale e oggi assistente di Antropologia Sociale presso la Goldsmiths University di Londra.

La brillante carrellata storico-antropologica proposta da Graeber nel suo ultimo lavoro, Debt: the First 5.000 Years”(MelvilleHouse Publ.), ci riporta alle origini del credito nell’Antica Mesopotamia e all’invenzione delle prime forme di moneta coniata da parte dei grandi imperi del passato, offrendo spunti particolarmente interessanti per interpretare la “crisi del debito” che sta sconvolgendo gli equilibri del mondo capitalistico.

L’intervista, disponibile in inglese sul blog naked capitalism, è stata realizzata dal giornalista e scrittore irlandese Philip Pilkington. Traduzione di Don Cave. Un grazie a  DueCents (aka Paul D-Boy Kondratiev) per la segnalazione.

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Dove si nasconde il pericolo

Quest’articolo è uscito sul numero di Settembre del 2014 di Finance and Development, ed è stato tradotto da Giacomo Bracci. Il paper è scaricabile dal sito di Economia per i Cittadini)

La recente crisi finanziaria ci ha insegnato a prestare attenzione agli angoli bui, nei quali l’economia può funzionare in maniera scorretta.
Fino alla crisi globale finanziaria del 2008, la macroeconomia mainstream americana aveva assunto una visione sempre più fiduciosa delle fluttuazioni economiche nella produzione e nell’occupazione. La crisi ha chiarito che questa visione era sbagliata, e che c’è bisogno di
riconsiderarla seriamente.

La visione benigna rifletteva sia fattori interni all’economia, sia un ambiente economico esterno che era sembrato per anni sempre più positivo.
Iniziamo dai fattori interni. Le tecniche che utilizziamo influenzano il nostro modo di pensare in una maniera profonda e spesso inconscia. Questo era più o meno il caso della macroeconomica nei decenni che hanno preceduto la crisi. Le tecniche erano adatte ad una visione del mondo in cui le fluttuazioni economiche si manifestavano, ma a cadenze regolari, e si auto-correggevano. Il problema è che siamo arrivati a credere che questa fosse la maniera in cui il mondo funziona realmente.

Per capire in che modo si è affermata questa visione, dobbiamo tornare alla cosiddetta rivoluzione delle aspettative razionali degli anni Settanta. L’idea centrale – il fatto che il comportamento degli individui e delle imprese non dipende soltanto dalle condizioni economiche attuali ma da cosa questi agenti ritengono che avverrà in futuro – non era nuova. Ciò che era nuovo è lo sviluppo di tecniche in grado di risolvere modelli con l’assunto che le persone e le imprese facessero il meglio che potevano nel valutare il futuro. (Uno sguardo al perché ciò era tecnicamente improbabile: le decisioni attuali intraprese da persone ed imprese dipendono dal complesso delle aspettative future. Ma, in generale, il futuro che ci attendiamo dipende in parte dalle decisioni attuali.)

Queste tecniche, tuttavia, avevano senso all’interno di una visione in cui le fluttuazioni economiche erano così regolari che, guardandosi indietro, le persone e le imprese (e gli econometrici che applicano la statistica all’economia) potevano comprendere la natura delle fluttuazioni stesse e formare aspettative per il futuro che erano così semplici che minimi shock producevano effetti minimi, e uno shock di entità doppia rispetto ad un altro produceva un effetto doppio rispetto a quello dell’altro sull’attività economica. La ragione sottostante a quest’assunto,
detta linearità, era di natura tecnica: i modelli non-lineari – quelli in cui un piccolo shock, come ad esempio la diminuzione dei prezzi delle case, può determinare a volte effetti notevoli, o quelli in cui l’effetto di uno shock dipende dal restante ambiente economico – erano difficili, se non
impossibili, da risolvere sotto l’ipotesi di aspettative razionali.

Il pensiero macroeconomico era in larga misura figlio di questi assunti. Noi addetti ai lavori pensavamo all’economia come un qualcosa di più o meno lineare, soggetto costantemente a differenti shock, che fluttuavano regolarmente, ma che tornavano naturalmente al loro stato stazionario nel corso del tempo. Invece di parlare di fluttuazioni, abbiamo cominciato ad usare sempre più spesso il termine “ciclo economico”. Anche quando in un secondo momento abbiamo sviluppato tecniche in grado di includere non-linearità, questa visione positiva delle fluttuazioni è
rimasta dominante in generale.

Questo stato di cose, comunque, non si sarebbe potuto determinare (o almeno non sarebbe durato così a lungo) se alcuni fattori esterni non fossero entrati in gioco. La situazione mondiale, o quantomeno del mondo economico, non ha fornito ai macroeconomisti un grande stimolo a
mettere in discussione la propria visione del mondo.

A partire dagli anni ’80, la maggior parte delle economie avanzate ha sperimentato quella che è stata definita “Grande Moderazione”, un forte declino nella variabilità della produzione e delle sue maggiori componenti – come ad esempio consumi ed investimenti. C’erano, e ci sono ancora, disaccordi rispetto a cosa abbia causato questa moderazione. Alle banche centrali piacerebbe che fosse attribuito loro il merito, ed è chiaramente probabile che una parte di questo declino sia dovuto a politiche monetarie migliori, che hanno prodotto un’inflazione più bassa e più stabile.

Altri hanno argomentato che la fortuna, shock straordinariamente ridotti che hanno colpito l’economia, spiega gran parte del declino. A prescindere da cosa abbia causato la Grande Moderazione, per un quarto di secolo la visione benigna, lineare delle fluttuazioni godeva di buona
salute. (Questa era la visione mainstream. Alcuni ricercatori non hanno accettato questa premessa. L’ultimo Frank Hahn, un noto economista che insegnava all’Università di Cambridge, ha continuato a ricordarmi la sua avversione per i modelli lineari, incluso il mio, che ha definito
modelli “Topolino”.)

Angoli oscuri

Il fatto che gli shock ridotti possano determinare talvolta effetti notevoli e, come risultato, che le cose possano mettersi veramente male, non era completamente ignorato degli economisti. Ma si riteneva che un risultato simile appartenesse al passato e che non sarebbe potuto accadere di
nuovo, almeno non nelle economie avanzate grazie alle loro politiche economiche responsabili.

Le fughe di capitale – in cui piccoli shock, o piuttosto, nessuno shock, potevano portare i correntisti al panico e a ritirare i loro fondi dagli istituti di credito, con consistenti effetti avversi sull’intera economia – erano un argomento basilare dei corsi di macroeconomia. Ma in questi corsi
quest’eventualità veniva presentata come un esempio di come l’introduzione della garanzia dei depositi bancari aveva per lo più eliminato il problema. E se il problema si fosse presentato, sosteneva questa visione, le banche centrali potevano fornire liquidità (cioè prestare denaro) alle
banche in cambio di un buon collaterale, consentendo alle banche solvibili di soddisfare i propri depositanti, spezzando sul nascere ogni panico ed evitando esiti disastrosi.

I sudden stop – gli episodi in cui i flussi di capitale verso un paese si bloccano e tutti gli investitori cercano di scappare all’improvviso – non potevano essere ignorati. Continuavano ad accadere regolarmente nelle economie di mercato emergenti – in America Latina negli anni ’80, nel Messico a metà dei ’90 e in Asia al termine dei ’90. Ma venivano ritenuti un problema dei mercati emergenti, non delle economie avanzate (ecco perché ho parlato degli USA nel primo paragrafo di questo articolo). Come esempio del carattere provinciale dell’economia mainstream americana, in una serie di programmi di dottorato uno studente può specializzarsi in macroeconomia senza sapere cosa sia un tasso di cambio; e molto meno un’economia di mercato emergente.

In generale, i problemi legati alla liquidità – la possibile mancata corrispondenza fra attività con scadenza a lungo termine e passività con maturità a breve termine – non venivano visti come fondamentali per la macroeconomia. Il fatto che una mancata corrispondenza nella liquidità fra attività e passività possa essere pervasiva, incidendo non solo sulle banche ma anche su altri operatori finanziari ed imprese, non veniva compreso adeguatamente. Nell’ambito della finanza aziendale era stato effettuato un lavoro importante circa il ruolo della liquidità, ma la sua inclusione nel campo della macroeconomia non ha raggiunto la diffusione tipica del mainstream.

La probabilità che le banche centrali volessero portare i tassi d’interesse nominali al di sotto dello zero e si trovassero nell’incapacità di farlo (i tassi d’interesse nominali non possono crollare al di sotto dello zero perché, se lo facessero, le persone vorrebbero detenere contante invece dei titoli – un vincolo noto in gergo come “zero lower bound” [limite inferiore dello zero, ndt]) veniva considerata molto bassa. Con i tassi d’interesse che si attestavano a circa il 4% prima della crisi – composti da un 2% relativo all’inflazione e da un rendimento reale, depurato dell’inflazione, pari al 2% – la maggior parte dei banchieri centrali credevano di avere spazio di manovra nell’aggiustamento dei tassi d’interesse rispetto agli shock avversi. E, se ce ne fosse ancora bisogno – dicevano i sostenitori di queste posizioni – la banca centrale poteva aumentare le aspettative di inflazione mantenendo allo stesso tempo il tasso nominale a zero, diminuendo perciò la componente reale del tasso di interesse. Sono state riconosciute anche altre non-linearità.

Ad esempio, gli economisti hanno ammesso che i vincoli di regolazione bancaria, come i requisiti minimi di capitale che le istituzioni dovevano soddisfare (in sostanza il capitale netto di una banca; ovvero, la capacità di assorbire le perdite), potevano costringere le banche a reagire in maniera più diretta alle diminuzioni piuttosto che agli incrementi nel loro capitale. Il modo in cui i vincoli alla concessione del credito affrontati dalle imprese e dalle famiglie hanno portato a comportamenti sempre più prudenti, man mano che si avvicinavano a prosciugare le loro linee di credito, veniva elaborato ed utilizzato, ad esempio, per studiare i comportamenti di consumo individuale. Ma ancora una volta queste non-linearità non venivano ritenute centrali rispetto alle fluttuazioni.

In breve, la nozione secondo cui i piccoli shock potevano avere enormi effetti avversi, o potevano risultare in stagnazioni lunghe e persistenti, non veniva percepita come una criticità rilevante. Sapevamo tutti che c’erano degli “angoli oscuri” – situazioni in cui l’economia poteva avere malfunzionamenti. Ma abbiamo ritenuto di essere ancora molto lontani da quegli angoli, e siamo riusciti ad ignorarli quasi tutti. Il Giappone appariva infelicemente nel quadro, come un’economia avanzata bloccata in una lunga stagnazione con deflazione annessa. Ma questa sua situazione veniva spesso interpretata come il risultato di politiche mal congegnate piuttosto che di un problema più difficile da risolvere.

Accecati dalla crisi

La lezione principale fornitaci dalla crisi è che eravamo più vicini a quegli angoli oscuri di quanto pensassimo – e gli angoli erano ancora più oscuri di quanto ci immaginassimo.
La Grande Moderazione non aveva tratto in inganno solo gli economisti. Anche le istituzioni finanziarie e i regolatori hanno sottovalutato i rischi. Il risultato è una struttura finanziaria che era sempre più potenzialmente esposta agli shock. In altri termini, l’economia mondiale operava sempre più a contatto con gli angoli oscuri senza che gli economisti, i policy maker, e le istituzioni finanziarie lo avessero realizzato.

Quando il boom immobiliare americano si è trasformato in una bolla, una complessa ed opaca struttura di crediti finanziari ha portato a preoccupazioni su quale istituzione stava detenendo quali titoli, e quali istituzioni fossero solvibili. A sua volta, ciò ha generato enormi fughe di liquidità, non tanto dalle banche, bensì da molte istituzioni finanziarie non-bancarie, come le banche d’investimento – molte delle quali hanno operato nel corso degli anni come banche ma senza la regolazione e la protezione che queste ricevevano. La garanzia standard dei depositi,
semplicemente, non copriva le loro necessità.

Fornire liquidità alle istituzioni rilevanti, al fine di renderle capaci di soddisfare i bisogni dei creditori, richiedeva l’uso di politiche monetarie su larghissima scala, e spesso in modi nuovi.
Fortunatamente, è stata intrapresa una politica monetaria massiccia e per lo più innovativa. Ma tutto ciò non è stato sufficiente ad evitare una grande contrazione del credito ed un netto declino nella domanda e nella produzione.
La politica fiscale, sotto forma di ampi aumenti di spesa pubblica, è stata utilizzata per compensare il declino della domanda privata. Ma i livelli di debito governativo sono cresciuti velocemente e sia i policy maker che gli investitori hanno iniziato a preoccuparsi. Il rischio sovrano percepito (la possibilità che un governo possa dichiarare default sul proprio debito), che, nelle economie avanzate, era stato vicino allo zero prima della crisi – è aumentato in una serie di paesi, rendendo difficile l’utilizzo della politica fiscale per sostenere la domanda e creando allo stesso tempo rischi nei bilanci dei creditori, come le banche, che detenevano il debito sovrano.

Si sono sviluppati i cosiddetti loop diabolici tra il debito pubblico e quello privato: i governi deboli hanno indebolito quelle banche che detenevano i titoli di stato nei loro portafogli; le banche indebolite avevano bisogno di più capitale, che spesso doveva provenire da fondi pubblici, indebolendo ancora i governi.
Man mano che le banche centrali provavano a mantenere l’attività economica riducendo i tassi d’interesse ufficiali (ad esempio, il federal funds rate overnight negli Stati Uniti), il limite inferiore dello zero è stato raggiunto rapidamente, e siamo fermi lì da oltre cinque anni. I policy maker non sono riusciti ad incrementare le aspettative di inflazione in maniera tale da poter diminuire ulteriormente i tassi d’interesse reali.
Il rischio della deflazione è ancora chiaramente manifesto in tutta l’eurozona, e in molti paesi dell’eurozona è realtà. La deflazione aumenta il peso reale del debito pubblico e del debito privato, il che rende a sua volta il pagamento più oneroso e costringe i debitori a ridurre la propria spesa, e ciò diminuisce a sua volta l’attività economica – un altro loop diabolico.

In questo contesto, la politica economica – specialmente la politica monetaria – si è ammantata di elementi di magia nera. Alcune politiche, come ad esempio la recente svolta della BCE che pone una piccola tassa sui depositi che le banche mantengono presso la BCE (in altre parole, un tasso d’interesse lievemente negativo) avrà, sulla carta, effetti immediati risibili. Ma se queste politiche vengono viste come l’impegno della banca centrale a fare “qualunque cosa sia necessaria” – come Mario Draghi, governatore della BCE, ha dichiarato in un celebre discorso del 2012 – per stimolare i prestiti, possono avere effetti molto più ampi. L’entità di questo effetto psicologico, tuttavia, è estremamente difficile da prevedere o controllare.

Dove ci sta portando tutto ciò?

La crisi porta con sé un’ovvia implicazione politica: le autorità dovrebbero eleggere come uno dei maggiori obiettivi delle politiche macroeconomiche e di regolazione finanziaria (o macroprudenziali) quello di stare lontano dagli angoli oscuri.

Siamo ancora troppo vicini a quegli angoli. La crisi stessa ha portato a larghi accumuli di debito, sia pubblico che privato. Finora, i loop diabolici sono stati sventati, ma basterebbe uno shock avverso per farli comparire di nuovo. Da ora in poi e per un lungo periodo di tempo, una delle priorità della politica macroeconomica sarà quella di far tornare i livelli debitori a livelli meno pericolosi, lentamente ma costantemente, ovvero di muoversi più lontano possibile dagli angoli oscuri.Tuttavia, molto altro deve essere fatto. Se il sistema finanziario fosse stato meno opaco, se cioè i coefficienti di capitale fossero stati più alti, sarebbe potuta manifestarsi comunque una bolla immobiliare negli USA a partire dal 2007-2008. Ma gli effetti sarebbero stati limitati – una moderata recessione negli USA nella peggiore delle ipotesi, invece che una crisi economica globale.

Possiamo rendere il sistema finanziario più trasparente e più robusto? La risposta è un netto sì. Le autorità hanno innalzato i requisiti di capitale per le banche – una misura essenziale di difesa contro il crollo del sistema finanziario. Ma le banche sono solo una parte della complessa rete di istituzioni finanziarie e mercati, e i rischi sono tutt’altro che passati. La realtà della regolazione finanziaria è che le nuove regole aprono nuove strade per l’arbitraggio, quando le istituzioni trovano falle nella regolazione. Ciò a sua volta costringe le autorità a istituire nuove regolazioni, ed è come giocare a guardie e ladri (fra ladri molto abili e guardie meno agili). Stare lontani dagli angoli oscuri richiederà uno sforzo continuo, non una regolazione una tantum.

Anche la politica macroeconomica gioca un ruolo essenziale. Se i tassi nominali fossero stati più elevati prima della crisi, il margine di manovra della politica monetaria sarebbero stati più ampi. Se l’inflazione e i tassi d’interesse nominali fossero stati, diciamo, del 2% più alti prima della crisi, le banche centrali sarebbero state in grado di diminuire i tassi d’interesse reali di altri 2 punti percentuali prima di toccare il livello inferiore dello zero sui tassi nominali. Questi 2 punti percentuali in più non sono trascurabili. I loro effetti sarebbero stati circa uguali a quelli delle politiche monetarie non convenzionali adottate dalle banche centrali quando è stato raggiunto il livello dello zero – acquistando attività del settore privato e titoli di stato a lunga scadenza per abbassare i tassi d’interesse di lungo termine invece che operando tramite la tecnica standard della manipolazione di un tasso politico a breve termine (il professore di Harvard Kenneth S. Rogoff, ex capo del Dipartimento di Ricerca del FMI, ha suggerito soluzioni diverse dalla maggiore inflazione, come la sostituzione del contante con la moneta elettronica, che potrebbe pagare tassi d’interesse nominali negativi. Ciò rimuoverebbe il vincolo posto dal livello inferiore dello zero.)

Spostandoci dall’ambito politico a quello della ricerca, il messaggio dovrebbe essere: lasciate che un centinaio di fiori sboccino. Ora che siamo più consapevoli delle non-linearità e dei pericoli che pongono, dovremmo esplorarle di più dal punto di vista teorico ed empirico – e in qualsiasi tipo di modello. Sta già avvenendo, e a giudicare dalla mole di working paper a partire dall’inizio della crisi, sta avvenendo su larga scala. La finanza e la macroeconomia, in particolare, si stanno integrando sempre di più, e questa è davvero una buona notizia.
Ma questa risposta genera automaticamente un’altra domanda: come dovremmo modificare i nostri modelli fondamentali – i cosiddetti modelli di equilibrio dinamico stocastico generale (DSGE) che utilizziamo, ad esempio, al FMI per immagine scenari alternativi fra loro e quantificare gli effetti delle decisioni di politica economica?

La parte facile e indiscussa della risposta è che i modelli DSGE dovrebbero essere espansi al fine di riconoscere meglio il ruolo del sistema finanziario – e questo sta avvenendo. Ma questi modelli dovrebbero essere in grado di descrivere il comportamento dell’economia negli angoli oscuri?

Lasciatemi fornire una risposta pragmatica. Se la politica macroeconomica e la regolazione finanziaria sono predisposti in maniera tale da mantenere una sana distanza rispetto agli angoli oscuri, allora i nostri modelli che riflettono situazioni di normalità potranno essere ancora largamente appropriati. Un’altra categoria di modelli economici, volti a misurare il rischio sistemico, possono essere utilizzati per ridurre il rischio ed incrementare quella distanza. Provare a creare un modello che integri i periodi di normalità e i rischi sistemici può essere oltre la portata tecnica e concettuale della professione. La crisi è stata immensamente dolorosa. Ma uno dei suoi lati positivi è stato il fatto di aver dato una scossa alla macroeconomia e alla politica economica. La lezione principale di politica economica da trarre è: state alla larga dagli angoli oscuri.

(L’autore, Olivier Blanchard, è Consulente Economico del Fondo Monetario Internazionale e capo del Dipartimento di Ricerca del FMI)

Keynes sul risparmio

(Quest’articolo è disponibile come paper su fondazionebasso.it)

La rivoluzione intellettuale di Keynes fu quella di far passare gli economisti dal credere ad un modello della realtà nel quale un cane chiamato “risparmio” scodinzolava la sua coda in cui era appeso un cartello con scritto “investimento”, al credere ad uno in cui un cane chiamato “investimento” scodinzolava la sua coda in cui era appeso un cartello con scritto “risparmio”. (Meade 1975, p. 82.)

L’ordine naturale delle cose.

SmithTutta la teoria economica pre-keynesiana, salvo poche eccezioni, fu dominata dall’idea che il fattore decisivo per la crescita di ricchezza e benessere dell’intera collettività fosse la parsimonia, la virtù di astenersi dal consumo corrente e destinare le risorse risparmiate all’accumulazione di capitale. Non esistevano dubbi che tutto ciò che fosse stato risparmiato sarebbe stato convertito immediatamente in investimento. L’immediata implicazione di ciò era che ci sarebbe sempre stato un livello di domanda aggregata sufficiente ad assorbire qualunque volume di produzione.

Smith, con cui nasce la teoria economica moderna, espresse con estrema chiarezza queste idee:

la parsimonia, e non l’attività è la causa immediata dell’aumento del capitale. In realtà l’attività provvede l’oggetto, che la parsimonia accumula; ma qualunque cosa l’attività possa acquistare, se la parsimonia non la risparmiasse e non l’accantonasse, il capitale non crescerebbe mai […] Ciò che è annualmente risparmiato viene consumato altrettanto regolarmente, come ciò che è annualmente speso, e per di più quasi nello stesso tempo; ma è consumato da una categoria diversa di persone (Smith 1776, pp. 305-6).

L’accumulazione resa possibile dalla parsimonia della classe capitalistica è il fattore fondamentale che favorisce la crescita della ricchezza delle nazioni 1. L’investimento si traduce in maggiore produzione, estensione dei mercati e, quindi, condizioni più favorevoli all’approfondimento della divisione del lavoro che, a sua volta, fa crescere la produttività del lavoro. L’eventualità che ciò che è risparmiato non venga investito ma trattenuto in forma inoperosa, cioè, tesaurizzato, è contemplata da Smith solo in riferimento a situazioni e paesi in cui la fase storica precapitalistica non è stata ancora superata 2.

Questa concezione del risparmio fu sostanzialmente comune a tutta l’economia politica classica, con la parziale eccezione di Malthus 3, ma resta alla base anche dell’economia marginalista che inizia ad affermarsi negli anni settanta del secolo scorso, sebbene l’idea che tutto ciò che è risparmiato è necessariamente investito non fosse più espressa con la chiarezza e immediatezza di Smith, di Ricardo o di John Stuart Mill.

Nella teoria marginalista intervengono alcuni elementi che rendono più complesso e articolato il quadro analitico. Il risparmio che cessa di essere prerogativa esclusiva della classe capitalistica non viene più identificato immediatamente con l’investimento, ma la trasformazione avviene in modo più mediato attraverso il sistema finanziario e creditizio. In tal modo l’uguaglianza tra risparmio e investimento viene assicurata dalle variazioni del tasso d’interesse, che è la variabile fondamentale che regola l’offerta di fondi risparmiati e la domanda di fondi destinati all’investimento.

Basta leggere i Principles (1920) di Marshall per rendersi conto di come il suo atteggiamento di fondo verso parsimonia e risparmio resti sostanzialmente nella tradizione classica. Risparmiare equivale a differire il consumo presente a una data futura e questa scelta di attendere va remunerata dall’interesse poiché la natura umana è tale da preferire una gratificazione presente a una futura. Il risparmio non si traduce immediatamente in investimento da parte dello stesso soggetto che si astiene dal consumo, ma ciò non introduce differenze sostanziali, come si può vedere dalla seguente citazione:

Il piacere aggiuntivo che un contadino, il quale abbia costruito una capanna ben riparata dalle intemperie, trae dall’uso che ne fa mentre la neve si infiltra nelle capanne dei suoi vicini che hanno impiegato meno lavoro per costruirle, è il premio guadagnato dal suo lavoro e dalla sua attesa. Esso rappresenta la produttività aggiuntiva degli sforzi saviamente spesi nel far fronte a danni lontani, o per soddisfare bisogni futuri, in confronto con quanto sarebbe derivato dal far fronte impulsivamente a soddisfazioni immediate. Così esso è simile in tutti gli aspetti fondamentali all’interesse che il medico in pensione trae dal capitale che ha prestato ad uno stabilimento o ad una miniera per metterla in grado di migliorare le proprie macchine (Marshall 1920, p. 351).

Nel caso del contadino la rinuncia al godimento presente si traduce direttamente in un investimento da lui effettuato (la costruzione di una capanna migliore); nel caso del pensionato, la trasformazione è indiretta, ma pur sempre il risparmio diviene investimento. In entrambe le situazioni, è la parsimonia che consente la crescita della ricchezza sia individuate sia sociale.

Nei moderni sistemi economici, il risparmio affluisce alle banche che provvedono a trasformarlo rapidamente in prestiti a coloro che desiderano effettuare investimenti in beni capitali: via via che sono accumulati risparmi, essi vengono affidati a una banca che «li presta il più sollecitamente possibile a una qualche impresa che li impiega produttivamente in un modo o nell’altro» (Wicksell 1935, p. 258). Il risparmio così è essenzialmente a vantaggio delle generazioni future in quanto esso consente di rendere più efficiente il sistema produttivo. Chi risparmia, «non priva la generazione futura di nulla; anzi, generalmente, ha piuttosto contribuito ad aumentarne il reddito e il consumo reale in quanto una produzione capitalistica più intensiva ha l’effetto di aumentare i salari e le rendite» (Wicksell 1935, p. 259).

Nell’economia marginalista l’apparato analitico che provvede alla dimostrazione che tutto ciò che è risparmiato viene investito, convive con qualcosa di più profondo: la convinzione che è, per così dire, «nell’ordine naturale delle cose» che il risparmio sia destinato all’investimento. L’esperienza storica, d’altro canto, sembrava confermare tutto ciò; la parsimonia delle classi medie si era tradotta in un poderoso processo di accumulazione di capitale che aveva fatto raggiungere alle economie europee livelli di ricchezza e di benessere senza precedenti storici.

La sfiducia nel futuro.

Keynes criticherà l’apparato analitico marginalista, ma il suo abbandono della visione tradizionale di parsimonia e risparmio si fonda anche sul venir meno di quella convinzione secondo cui il risparmio si trasforma «naturalmente» in investimento. Il risparmio per Keynes è innanzi tutto una sottrazione di spesa: chi risparmia si astiene dal consumo presente e determina una minore domanda aggregata 4 da cui dipendono produzione e occupazione. Ciò è vero in quanto non vi è alcuna ragione necessaria perché la rinuncia a domandare beni di consumo si trasformi automaticamente in domanda di beni capitali, cioè in investimento.

Il processo intellettuale attraverso cui Keynes giunse alla sua teoria della domanda effettiva e alla critica radicale dell’ortodossia marginalista cominciò quasi immediatamente dopo la pubblicazione del Treatise on Money nel 1931 (The Collected Writings of John Maynard Keynes [d’ora in poi KCW], voll. V e VI); ma egli giunse assai prima a maturare il convincimento che le economie occidentali erano entrate in una nuova fase storica caratterizzata, fra l’altro, da un diverso atteggiamento verso le virtù della parsimonia e del risparmio. Da questo punto di vista, la svolta nella biografia intellettuale di Keynes va cercata negli anni intorno alla prima guerra mondiale che fece entrare le economie capitalistiche occidentali in una fase storica, sociale ed economica nuova. La parsimonia cessa di essere la virtù fondamentale che guida il comportamento delle classi sociali e, soprattutto, delle classi dominanti.

Nel 1919, Keynes pubblicò The Economic Consequences of the Peace (KCW, vol. II) per protestare contro il trattato di Versailles e contro il trattamento, a suo vedere iniquo, riservato alla Germania, la potenza sconfitta. Il libro inizia con un breve ma intenso panorama della situazione prebellica. I cinquant’anni che precedettero lo scoppio della Grande Guerra apparvero come un periodo «felice» e destinato a perpetuarsi indefinitamente. La gran parte della popolazione era sottoposta a dure condizioni di lavoro e godeva di un basso tenore di vita, ma esisteva la concreta speranza di poter entrare come singoli a far parte dei ranghi delle classi medie che godevano di agi e benefici senza precedenti nella storia passata. Così lo stato di cose esistente non veniva messo in discussione in modo radicale, ma anzi appariva «normale, del tutto certo e permanente, salvo che nella direzione di un ulteriore incremento», ogni allontanamento da esso era peraltro considerato «aberrante, scandaloso e da sfuggirsi» (Keynes 1919, p. 31).

Tuttavia questo stato di cose era minato da alcuni fattori di instabilità: fattori inerenti alla dinamica demografica europea ed extraeuropea; all’organizzazione e alla psicologia sociale. Qui conviene concentrarsi sui fattori organizzativi e psicologici. Il contesto generale dell’Europa prebellica era tale da favorire nel massimo grado l’accumulazione e lo sviluppo grazie a una distribuzione del reddito fortemente sbilanciata a favore delle classi con la maggiore propensione a risparmiare e a investire 5. I «ricchi» del XIX secolo al consumo preferivano piuttosto il potere che derivava loro dall’accumulazione di capitale. Questo era l’elemento che rendeva socialmente sopportabili le profonde disuguaglianze distributive dell’epoca. Se i ricchi avessero speso la loro ricchezza per i loro piaceri, ciò sarebbe stato ben presto considerato socialmente intollerabile.

Le classi lavoratrici accettavano l’ordine sociale esistente che destinava loro solo una piccola fetta della «torta» prodotta 6, le classi capitalistiche potevano appropriarsi di gran parte della «torta» poiché era tacitamente inteso che non l’avrebbero consumata ma risparmiata e destinata alla produzione di un’altra torta ancor più grande. Così,Keynes-3-240x300

il dovere di «risparmiare» divenne celebrata virtù e l’ingrossamento della torta oggetto di vera religione. […] La socie lavorava non per i piccoli piaceri dell’oggi ma per la certezza del futuro e per il miglioramento della stirpe in sostanza per il «progresso» (Keynes 1919, p. 35).

Questo processo di accumulazione e crescita era però insostenibile e lo scoppio della guerra può considerarsi frutto delle contraddizioni che lo minavano.

La guerra fece venir meno quelle illusioni che avevano dominato l’epoca precedente:

La guerra ha rivelato a tutti la possibilità del consumo immediato e a molti la vanità dell’astinenza. Così l’inganno è rivelato; le classi lavoratrici possono non essere più disposte a così larghe rinunzie e le classi capitalistiche, non più fiduciose nel futuro, possono avere voglia di godere in modo più completo la loro libertà di consumo fin quando essa duri, precipitando così l’ora della sua confisca (Keynes 1919, p. 36).

Qui appaiono alcuni elementi che saranno destinati a svolgere un ruolo cruciale nello sviluppo del pensiero di Keynes: la sfiducia nel futuro, la «liberazione» delle classi capitalistiche dall’obbligo di comportarsi virtuosamente risparmiando e accumulando, il pericolo della fine tout court della società borghese. Sia sul piano teorico che su quello dell’impegno più direttamente politico, Keynes cercherà di trovare risposte adeguate al nuovo stato di cose venutosi a creare.

La forma del risparmio.

L’analisi del risparmio di Keynes si impernia su due elementi importanti: a) la necessità di non estendere indebitamente a livello macroeconomico quanto può essere valido a livello microeconomico; b) la non esistenza di motivi logici per cui si debba necessariamente verificare un equilibrio tra risparmio e investimento tale da assicurare la piena occupazione del lavoro e della capacità produttiva esistente.

Per quanto riguarda il primo punto, è evidente che l’individuo che si astiene dal consumo corrente accresce la propria ricchezza indipendentemente dalla forma in cui decida di detenerla. Ma ciò cessa di essere vero non appena ci si sposti a ragionare a livello aggregato. Una decisione collettiva di ridurre il consumo corrente, destinando al risparmio una quota maggiore del reddito, determina un corrispondente aumento della ricchezza sociale solo se le decisioni di risparmio si traducono, direttamente o indirettamente, in decisioni di investimento. Coloro che ritengono che la trasformazione del risparmio in investimento debba necessariamente avvenire «suppongono erroneamente che vi sia un nesso che unisca le decisioni di astenersi dal consumo presente con le decisioni di provvedere al consumo futuro» (Keynes 1936, p. 19).

La teoria economica pre-keynesiana, come abbiamo visto, riteneva effettivamente che tutto il risparmio venisse investito e, perciò, riteneva anche legittimo sostenere che una maggiore disposizione a risparmiare del sistema nel suo complesso si traducesse in maggiore ricchezza sociale. L’atto di risparmiare ovviamente rappresenta innanzi tutto una minore domanda di beni di consumo che per gli economisti pre-keynesiani è tuttavia compensata da un corrispondente aumento della domanda di beni d’investimento, cosicché la domanda aggregata resta invariata. Ma per Keynes non è necessariamente così: il risparmio non si traduce necessariamente, direttamente o indirettamente, in investimento. I fattori che regolano le decisioni d’investimento sono essenzialmente indipendenti da quelli che regolano le decisioni di astenersi dal consumo corrente.

Ogni individuo determina quanto del suo reddito è speso in beni di consumo e quanto è risparmiato; ma, presa questa decisione, ve ne è una successiva che riguarda la forma in cui detenere il risparmio. Le alternative considerate da Keynes nella General Theory sono due:

a) mantenere il risparmio in forma liquida (moneta);

b) convertire il risparmio direttamente o indirettamente in investimento.

In altri termini, una volta presa la decisione di risparmiare, all’individuo resta ancora un grado di libertà: la possibilità di mantenere il risparmio sotto forma di moneta piuttosto che convertirlo in investimento 7. Quanto vale per il risparmio vale più in generale per la ricchezza 8: anch’essa può essere detenuta in moneta piuttosto che in beni capitali (o attività finanziarie) che producono un rendimento 9.

Il motivo fondamentale per cui si desidera detenere ricchezza sotto forma di moneta, anziché in forme più produttive, è perché la moneta, in virtù della sua liquidità, rappresenta – o, meglio, è ritenuta rappresentare la migliore difesa contro il futuro incerto 10. In altre parole, il desiderio di detenere moneta è un indicatore del grado di sfiducia nei confronti del futuro: «Il possesso effettivo di moneta placa la nostra inquietudine» (KCW, vol. XIV, p. 116).

Keynes, soprattutto nel capitolo 17 della General Theory (Keynes 1936, pp. 197-215), fornì una spiegazione dettagliata e abbastanza complessa dei motivi per cui la decisione di detenere ricchezza sotto forma liquida, ovvero domandare moneta, non può essere considerata equivalente alla decisione di domandare altri beni. Uno dei motivi fondamentali della differenza fra domanda di moneta e domanda di beni è che la moneta non è un bene producibile: una maggiore domanda di moneta non ne determina una maggiore produzione. Se la moneta fosse un bene analogo a tutti gli altri, una maggiore domanda di moneta a scapito di quella per altri beni produrrebbe, in generale, un effetto neutrale sul livello aggregato del reddito e dell’occupazione. Si avrebbe una semplice riallocazione del prodotto e dell’occupazione fra il settore che produce moneta e i settori che producono altri beni; una riallocazione analoga a quella prodotta dallo spostamento di domanda da un bene x a un altro bene y. Una minore domanda del bene x produrrebbe effetti negativi sul livello di produzione e occupazione nel settore x; la maggiore domanda del bene y avrebbe effetti positivi su produzione e occupazione del settore y e l’effetto netto globale di questi cambiamenti sarebbe nullo 11.

Qui non è il caso di entrare in una discussione approfondita delle argomentazioni di Keynes nel capitolo 17, ma possiamo affrontare lo stesso problema da un diverso angolo visuale e rifacendoci ad altri lavori di Keynes sia precedenti sia successivi alla General Theory. La domanda se una più elevata preferenza per la liquidità non abbia in definitiva alcun effetto significativo sulle variabili «reali» del sistema (produzione e occupazione) equivale alla domanda se una più elevata preferenza per la liquidità debba necessariamente significare che i risparmi (o, più in generale, la ricchezza) non si trasformano in investimento. Una risposta significativa a questa domanda richiede che si prenda in considerazione il ruolo che svolge il sistema finanziario e creditizio nelle economie di mercato.

Nel 1936, Keynes sviluppò la sua analisi astraendo dal ruolo del sistema bancario e considerando l’offerta di moneta come variabile esogena, vale a dire una variabile determinata dalle decisioni delle sole autorità monetarie 12; tuttavia egli dedicò ampia attenzione al ruolo delle banche sia nel Treatise on Money sia in alcuni articoli successivi alla General Theory 13. Una volta introdotto il sistema bancario abbiamo tre «poli decisionali» fondamentali:

a) il «pubblico», cioè i percettori di reddito che decidono l’ammontare di risparmio e la forma in cui detenerlo;

b) le imprese, che effettuano investimenti e domandano fondi per finanziarli;

c) le banche, che da un lato raccolgono i risparmi del pubblico e dall’altro effettuano prestiti.

Seguendo Keynes possiamo assumere che la decisione di tesaurizzare il proprio risparmio corrisponda alla decisione di detenerlo presso una banca sotto forma di deposito, mentre la decisione di convertirlo in investimento corrisponde alla decisione di acquistare titoli, cioè effettuare prestiti a favore di imprese che intendono fare investimenti reali (KCW, vol. V, p. 127) 14. I depositi presso le banche hanno in generale lo stesso grado di liquidità della moneta contante.

In tale contesto, se il pubblico nel suo complesso dimostra una maggiore propensione a tesaurizzare i risparmi, questo non significa necessariamente che essi non possano trasformarsi in investimento. A tale riguardo il ruolo delle banche è evidentemente cruciale. Le banche infatti possono agire in modo tale da neutralizzare la più alta preferenza per la liquidità da parte del pubblico: è sufficiente che esse acconsentano ad accogliere i depositi che il pubblico desidera, acquistando allo stesso tempo i titoli che il pubblico non desidera detenere.

Il prezzo dei titoli dipende dall’offerta e dalla domanda ed è in correlazione inversa con il tasso d’interesse; se il pubblico mostra di avere una maggiore propensione a tesaurizzare, la domanda di titoli si riduce e, quindi, il tasso d’interesse aumenta scoraggiando gli investimenti. Se però le banche agiscono in senso inverso a quello del pubblico, non si ha necessariamente un effetto negativo sui prezzi dei titoli e sugli investimenti. Il prezzo dei titoli dipende perciò «dal sentimenti del pubblico e dal comportamento del sistema bancario» (Keynes 1931, p. 128).

Le banche così possono svolgere un ruolo decisivo, rendendo possibile che il risparmio si traduca in investimento indipendentemente dai desideri e dalle propensioni di coloro che effettivamente risparmiano. In effetti ciò è possibile, ma due osservazioni sono decisive a questo riguardo. Finora abbiamo tacitamente assunto che le imprese intendano effettivamente fare investimenti e domandino perciò i fondi necessari a finanziarli. Tuttavia, se le imprese non intendono fare investimenti, le decisioni del pubblico e delle banche concernenti il risparmio e la forma in cui detenerlo diventano sostanzialmente irrilevanti. Potremmo infatti supporre una situazione in cui la preferenza per la liquidità del pubblico e delle banche è nulla, ma le imprese non intendono comunque effettuare alcun investimento; in tal caso il risparmio è solo rinuncia a consumare, è cioè una detrazione di domanda aggregata che ha un evidente effetto negativo sul livello di produzione e occupazione 15. In altre parole, sono le decisioni d’investimento delle imprese che costituiscono l’elemento chiave per la comprensione della dinamica del reddito e dell’occupazione.

Così come sono cruciali le decisioni d’investimento delle imprese industriali, altrettanto cruciali sono le decisioni delle banche. Se è vero che le banche possono neutralizzare un’elevata preferenza per la liquidità del pubblico, è anche vero il contrario: anche le banche possono mostrare un’elevata preferenza per la liquidità 16 e non agire in senso favorevole all’investimento. In tal senso le banche «occupano la posizione chiave nella transizione da una più bassa a una più elevata scala di attività» (KCW, vol. XIV, p. 222).

Le banche sono anch’esse imprese capitalistiche che effettuano una specifica forma di investimento prestando fondi. Le decisioni delle banche di investire o meno, cioè di avere una posizione meno liquida o più liquida, sono essenzialmente guidate dagli stessi fattori che guidano le decisioni d’investimento delle imprese industriali, essenzialmente la profittabilità attesa. Se le aspettative di profitto delle banche sono pessimistiche, esse tenderanno ad avere un’elevata preferenza per la liquidità. Inoltre, poiché le banche seguono la stessa logica capitalistica delle altre imprese, è verosimile ritenere che esse tendano a mostrare un’elevata preferenza per la liquidità nelle stesse fasi in cui le imprese industriali sono meno propense a effettuare investimenti.

Così, anche in un contesto più complesso come quello ora considerato, non esistono ragioni necessarie per cui le decisioni di risparmiare si traducano automaticamente in decisioni di investire. In questo quadro il risparmio in quanto tale non è una virtù sociale, nel senso che non significa necessariamente contribuire all’accrescimento della ricchezza collettiva e delle generazioni future. Le decisioni «virtuose» sono quelle concernenti l’investimento; sia le decisioni da parte delle imprese che producono beni e servizi sia le decisioni da parte delle banche. In termini più analitici, ciò significa che non è il risparmio che determina l’investimento, ma piuttosto il contrario. Un aumento dell’investimento aggregato implica un incremento della domanda di beni (capitali) da produrre; ciò fa crescere sia l’occupazione sia il reddito; l’aumento del reddito porta con l’aumento del risparmio.

Il possesso di moneta.

marxAbbiamo visto che, descrivendo le caratteristiche della nuova fase cominciata con la prima guerra mondiale, Keynes sottolineò due aspetti: un atteggiamento di sfiducia verso il futuro incerto e la «libertà» di potersi sottrarre al «dovere» di convertire il risparmio in ricchezza fisica accumulata, ovvero in investimento. Al contrario della fase storica precedente, il futuro non appare più essenzialmente un immutato ripetersi dello stato di cose esistente e il comportamento virtuoso gia descritto da Smith due secoli prima non è più considerato inevitabile. Queste convinzioni di Keynes si traducono sul piano analitico in modo abbastanza trasparente.

Abbiamo visto, seppure in modo rapido, come il problema dell’incertezza rispetto al futuro costituisca un elemento centrale di tutta la sua riflessione teorica. La nozione keynesiana di incertezza ha certamente radici teoriche e filosofiche che vanno al di la della contingenza storica durante la quale egli la sviluppò, ma è anche vero che quella realtà deve avere svolto un ruolo non del tutto secondario.In un mondo che si trovi in uno stato di sviluppo e crescita relativamente «ordinato» come la fase prebellica, è probabilmente più facile assumere che il futuro ripete essenzialmente il passato, vale a dire che gli events storici, sociali ed economici tendono a ripetersi in modi essenzialmente immutato.

La possibilità di «difendersi» dall’incertezza, cercando di porsi in una posizione quanto più possibile flessibile e offerta essenzialmente dalla moneta nella sua funzione di riserva liquida. Detenendo moneta gli individui si sottraggono all’obbligo di impegnarsi in attività (I’investimento) strutturalmente incerte in quanto richiedono decisioni e azioni nel tempo presente in vista di risultati destinati a verificarsi in un futuro relativamente distante e fondamentalmente non prevedibile. E in questo senso che l’esistenza di un’economia monetaria cioè un’economia in cui la moneta svolge un ruolo essenziale e da cui non si può astrarre offre «libertà» . Nè lo stock di ricchezza ne il risparmio corrente debbono necessariamente convertirsi, immobilizzarsi, in investimenti reali, ma possono restare congelati in forma monetaria, conservando la possibilità di trasformarsi in ogni momento in qualsivoglia bene o attività. Il possesso di moneta placa l’inquietudine degli individui rispetto al futuro ma, allo stesso tempo, ha effetti sociali negativi. Il possesso di moneta, seppure conveniente a livello individuale, si traduce socialmente in minori investimenti, meno produzione e meno occupazione, uno spreco di risorse a danno tanto delle generazioni presents quanto di quelle future.

Su di un piano più generale, tutto ciò implica una perdita di legittimazione da parte delle classi dominanti: il loro potere e i loro benefici appaiono meno giustificati che in passato in quanto esse possono più facilmente sottrarsi alla loro «missione storica» che consiste nella promozione dell’accrescimento della ricchezza e del benessere sociale. Parlando di esaurimento della «missione storica» delle classi dominanti, non può non venire alla mente Marx e, quindi, l’esistenza di un elemento in comune con Keynes. In effetti, anche per Marx, in termini più tecnici, si tratta dell’alternativa fra I’ipotesi tradizionale di un mondo ergodico e l’ipotesi keynesiana di un mondo non ergodico. (Su ciò si veda Davidson 1994, pp. 89-91, che rappresenta una delle poche eccezioni all’ortodossia dominante secondo cul il risparmio è necessariamente investito). La classe capitalistica ha la missione storica di promuovere il progresso economico e sociale, ma da una certa fase in poi essa viene meno al suo compito e finisce per rappresentare il principale ostacolo all’ulteriore dispiegarsi delle forze produttive e sociali.

Tuttavia, detto ciò, emergono immediatamente due differenze significative fra Marx e Keynes. Innanzi tutto Marx, sbagliando, anticipò di molto rispetto a Keynes la fine della fase per così dire «positiva» del capitalismo. Inoltre, e soprattutto, ciò che distingue Marx da Keynes è la posizione concernente gli esiti che la fine della fase «dinamica» del capitalismo deve avere. Per Marx, l’esito storico “obbligato” è una rivoluzione che condurra la società verso il comunismo, cioè la piena negazione del capitalismo. Keynes, per contro, non dimostro alcuna simpatia nè per la rivoluzione nè tanto meno per il comunismo. La sua consapevolezza che il sistema sociale ed economico fosse entrato in una fase di crisi, e il timore che questa potesse sfociare in una rivoluzione, si tradusse in un impegno costante, sia a livello teorico che politico, alla ricerca di soluzioni «riformiste» per risolvere la crisi conservando allo stesso tempo i caratteri essenzialidella società borghese liberale. È qui evidentemente impossibile sviluppare ulteriormente il confronto fra Marx e Keynes. (Per un esarne più approfondito del rapporto fra Marx e Keynes sul piano analitico, si veda Sardoni 1987.)

Note

1 In Smith, e in tutta l’economia politica classica, risparmio e accumulazione sono attività proprie della classe capitalistica. I lavoratori non sono in grado di risparmiare in quanto il loro reddito è sostanzialmente al livello di sussistenza e i proprietari terrieri tendono a consumare improduttivamente i loro redditi.

2 «In verità, in quegli sventurati paesi, in cui gli uomini vivono continuamente sotto il timore della violenza di coloro che comandano, essi spesso seppelliscono o nascondono gran parte della loro scorta, per averla sempre a portata di mano per trasportarla in qualche luogo sicuro, in caso che siano minacciati da uno di quei disastri, ai quali essi si ritengono in ogni tempo esposti» (Smith 1776, pp. 253). Il passo citato è seguito da alcune osservazioni di Smith su paesi come la Turchia, non ancora entrati nella fase storica del capitalismo.

3 Keynes considerò Malthus un suo predecessore nel tentativo di affermare una teoria della domanda effettiva in contrapposizione all’ortodossia dominante. Tuttavia è probabile che Keynes abbia sopravvalutato il carattere innovativo di Malthus il quale, non abbandonando mai l’idea che tutto il risparmio è investito, si trovò nell’impossibilità di provare l’esistenza di situazioni in cui la domanda aggregata è insufficiente rispetto all’offerta aggregata. Su ciò cfr., per es., Sardoni 1987, pp. 13-25.

4 Per semplicità, supponiamo che la domanda aggregata sia costituita esclusivamente di beni di consumo (C) e di beni di investimento (I).

5 «L’Europa era socialmente ed economicamente organizzata in modo da permettere la massima accumulazione di capitale. Mentre vi era un certo continuo miglioramento nelle condizioni quotidiane di vita della massa della popolazione, la società era organizzata in guisa che una gran parte del reddito di nuova formazione veniva a cadere sotto il controllo della classe che era meno incline a consumarlo» (Keynes 1919, p. 34).

6 «[L]e classi lavoratrici accettavano, per ignoranza o per impotenza, o erano costrette, persuase o indotte dal costume, dalla convenzione o dall’autorità o dal ben regolato ordine sociale, ad accettare una situazione per la quale esse potevano chiamare propria una ben piccola parte della torta che esse stesse e la natura e i capitalisti avevano cooperato a Produrre» (Keynes 1919, p. 35).

7 Ciò implica anche che l’interesse non possa considerarsi la remunerazione del risparmio o dell’attesa. «Se un uomo tesaurizza i suoi risparmi in denaro, non percepisce alcun interesse, benché risparmi esattamente tanto quanto prima» (Keynes 1936, p. 146).

8 Il risparmio non è altro che un flusso incrementale dello stock di ricchezza.

9 Detenere ricchezza sotto forma di attività finanziarie equivale a un possesso indiretto di beni capitali che dà diritto a percepire un rendimento.

10 Incertezza che, per Keynes, è destinata a restare intrattabile con gli strumenti della logica ordinaria o del calcolo delle probabilità: Con l’uso della nozione di conoscenza “incerta” […] non intendo semplicemente distinguere ciò che è noto per certo da ciò che è solo probabile. Il gioco della roulette non è soggetto, in questo senso, a incertezza […] Il senso in cui usa il termine è quello secondo cui la possibilità di una guerra in Europa, il prezzo del rame e il tasso d’interesse da qui a venti anni, l’obsolescenza di una nuova invenzione o la situazione dei proprietari privati di ricchezza nel sistema sociale del 1970 sono incerti. Su tali faccende non esiste base scientifica su cui determinare una qualsiasi probabilità calcolabile» (KCW, vol. XIV, pp. 113-4).

11 Viene fatta l’ipotesi semplificativa che l’elasticità delle funzioni di offerta nei due settori sia uguale. Un effetto riallocativo analogo si avrebbe anche quando cresce la propensione del sistema a risparmiare e tutto il risparmio si converte in investimento: la diminuzione di produzione e occupazione nel settore dei beni di consumo è compensata dall’aumento di produzione e occupazione nel settore dei beni capitali, cosicché produzione e occupazione aggregate restano invariate.

12 Un motivo per cui Keynes, nella General Theory, può aver deciso di considerare esogena l’offerta di moneta potrebbe essere di ordine «tattico»: considerando data l’offerta di moneta e mostrando che il livello generale dei prezzi tuttavia varia, Keynes potrebbe aver ritenuto di assestare un colpo a danno della teoria quantitativa della moneta accettata dal suoi antagonisti. Tuttavia questa scelta «tattica» di Keynes si è ben presto dimostrata un’arma a doppio taglio, rendendo buon gioco al contrattacco monetarista. Su questi argomenti, v. Kaldor 1983 e Harcourt-Sardoni 1994.

13 Gli articoli più significativi a questo riguardo sono: Alternative theories of the rate of interest (KCW, vol. XIV, pp. 201-15) e The «ex ante» theory of the rate of interest (KCW, vol. XIV, pp. 215-23), entrambi del 1937.

14 Stiamo assumendo che non esiste un settore pubblico. Se quest’ultimo fosse presente, l’acquisto di titoli potrebbe anche essere destinato al finanziamento della spesa pubblica in deficit.

15 Il quadro è in realtà più complesso. Una bassa preferenza per la liquidità determina un’elevata domanda di titoli e un incremento del loro prezzo (una diminuzione del tasso d’interesse) che può stimolare le imprese a effettuare investimenti poiché le condizioni di finanziamento sono più favorevoli. Tuttavia, per Keynes, un basso tasso d’interesse è solo uno dei fattori che influenzano le decisioni d’investimento e, quindi, non è detto che esso sia sufficiente a indurre le imprese a investire.

16 Che significa una bassa propensione a trasformare i depositi in prestiti alle imprese.

Claudio Sardoni (ordinario di Economia, Facoltà di scienze politiche Università di Roma “La Sapienza”.)

“Finiranno per riscoprire Keynes” – Federico Caffè

(postato da keynesblog il e pubblicato sul manifesto il 4 dicembre 1981. Da: Federico Caffè, “Scritti quotidiani”, manifestolibri, 2007)

Federico-Caffè«Di continuo egli affermava che il rischio nell’adottare la scelta apparentemente più audace era molto inferiore al rischio dell’inazione. E considerava che persone oltremodo caute, poste in posizioni di responsabilità, costituissero pericolose passività per la nazione». Cosi Harrod nella sua Vita di J. M. Keynes. Tutto induce a pensare che la recessione di cui sembrano avvertirsi sintomi sempre più preoccupanti, indurrà a una riconsiderazione del fondamentale messaggio keynesiano, che conserva la sua validità indipendentemente dalle «politiche» le quali vanno, naturalmente, adattate ai tempi e non possono essere codificate una volta per tutte.

L’inazione ha come determinanti essenziali gli interessi costituiti, ma anche la pigrizia mentale. Ora che anche la pubblicistica in grado di avere una qualche influenza sulla pubblica opinione ha avuto l’illuminazione di rendersi conto che occorrerebbe operare per ridurre la dipendenza del nostro paese dall’estero e per sostenere la domanda interna, viene fatto di riflettere al tempo perduto rispetto ai tentativi compiuti, sul piano intellettuale, proprio per orientare le decisioni di politica economica in queste direzioni. Gli interessi costituiti che favoriscono l’inazione sono sin troppo evidenti: si tratta della pretesa del padronato di ristabilire nelle fabbriche un «ordine» basato sulla intimidazione e su una incontrollata libertà di decisione compatibile soltanto con una considerazione dei lavoratori come soggetti passivi della produzione. Lo schermo delle rigidità, salariali e d’altro genere, è caratteristico dei tempi in cui manca la capacità di comprendere gli eventi, in quanto si continua a interpretarli sulla base di schemi mentali superati. Gli anni trenta furono tipici, al riguardo, per l’insistito convincimento che fosse sufficiente ridurre i salari per superare la recessione. E invece il meccanismo non era più in grado di operare, in quanto erano cambiati i presupposti per la sua validità concettuale e pratica.

È singolare che proprio dal presidente di una banca centrale sia stata ricordata, di recente, un’affermazione di Keynes espressa nell’immediato primo dopoguerra, allorché egli ebbe a considerare con allarme la circostanza che «le persone poste in posizioni di responsabilità affrontavano i problemi del modificato mondo del dopoguerra con opinioni e idee ancorate alla situazione prebellica” (Discorso di Karl Pöhl, presidente della Deutsche Bundesbank, all’Istituto di studi bancari e finanziari di Parigi). È questo sfasamento tra fatti nuovi e idee vecchie che è la ragione di fondo delle crisi, anche nei loro risvolti conflittuali.

È difficile dire in quale misura il richiamo a Keynes abbia ispirato le ulteriori considerazioni di Karl Pöhl: «i problemi che ci troviamo a dover fronteggiare hanno origini proprie e nessun automatismo ci consentirà di liberarcene con un processo di salvamento privo di pene. Il ritorno a regole meccaniche, ad automatismi, rappresenta una comprensibile reazione a una persistente manipolazione della moneta come strumento della politica pubblica. Ma la moneta non è in grado di regolarsi da sola e dobbiamo accettare la responsabilità che da ciò discende». Con questo egli intendeva manifestare il suo scetticismo sia nei confronti del monetarismo che della possibilità del ritorno al sistema aureo. Ma su questa strada si può procedere oltre: rendendosi conto che molti altri processi del sistema economico-finanziario moderno non sono in grado di regolarsi da soli e richiedono un intervento attivo e discrezionale. Il che significa poi ritrovare il senso dell’esigenza di una regolamentazione della domanda globale, in termini che consentano di tener conto sia delle potenzialità costituite dalle risorse, umane e materiali, disoccupate, sia dei vincoli derivanti dal persistere, in varia misura, di tensioni inflazionistiche. L’anomalia di questa situazione «perversa» ha accresciuto le responsabilità di chi ha il compito di realizzare le politiche adatte ai tempi e alle circostanze. Ma non si può pensare di eludere queste responsabilità con il ripristino o con l’abolizione di automatismi che hanno una mera funzione o di fata morgana, o di capro espiatorio.

Federico Caffè

Povertà e sottosviluppo: la geografia della fame

(articolo ripreso da treccani.it)

La povertà all’alba del 21° secolo

Agli inizi del 21° spooec., il mondo contemporaneo è un universo di disuguaglianze estreme. Nonostante l’incertezza delle stime, sappiamo che è vastissima la popolazione dei poveri e poverissimi che soffrono di carenze nell’alimentazione e di disagi nell’alloggio, che non riescono a tutelare i figli nella prima infanzia, stentando a educarli o a crescerli, che faticano a condurre un’esistenza dignitosa e sono esposti a gravi rischi nel corso della vita. Secondo gli ultimi calcoli della Banca mondiale (nei quali il potere di acquisto è stimato in termini reali e ai prezzi del 2005), nei Paesi in via di sviluppo vivevano in condizioni di povertà (cioè in famiglie con una spesa quotidiana per consumi inferiore a 2 dollari al giorno per persona) e di povertà estrema (spesa inferiore a 1,25 dollari) rispettivamente 2,872 e 1,696 miliardi di persone nel 1999 e 2,561 e 1,377 nel 2005 (Chen, Ravallion 2008; v. tab. e figg. 1 e 2). Nel 2005 la povertà, con il suo carico di sofferenza, era esperienza di vita quotidiana per ben più di un terzo degli esseri umani sulla Terra; nei Paesi in via di sviluppo il 47% della popolazione viveva in povertà e il 25,2% in povertà estrema.

Queste stime valutano la povertà assoluta in base a un paniere di consumo minimo, al di sotto del quale la persona vive in stato di grave privazione. Le linee della povertà assoluta marcano soglie di reddito in termini di potere di acquisto stimate a partire dalla valutazione del tenore di vita nei Paesi in via di sviluppo. L’intensità o profondità della povertà misura la distanza dei consumi quotidiani dalla soglia stessa della povertà estrema, ed è un importante indicatore della severità della povertà tra i gruppi più svantaggiati dei poverissimi. L’incidenza della povertà assoluta misura la percentuale dei poveri o dei poverissimi sul totale della popolazione in uno Stato o in un’area geografica; dall’incidenza della povertà e dai dati sulla popolazione si stimano i numeri delle persone povere. Le istituzioni statistiche di molti Paesi in via di sviluppo valutano con proprie stime le soglie di povertà nella valuta nazionale. È evidente che esiste un grado di arbitrarietà o di convenzione nel determinare il limite del tenore di vita accettabile e nella demarcazione netta delle linee della povertà assoluta; divergenze sono possibili tra le soglie stabilite a livello nazionale e quelle calcolate nei confronti internazionali, anche per stime diverse dei prezzi al consumo e quindi del reale potere di acquisto.

La contabilità internazionale della povertà è stata elaborata dalla Banca mondiale a partire dal 1990, con indagini campionarie sui consumi delle famiglie periodicamente aggiornate. Le stime coprono nel 2008 più del 90% della popolazione dei Paesi in via di sviluppo. Studiosi e centri di ricerca indipendenti rielaborano o integrano i dati disponibili da questa fonte. Per comparare i consumi tra Paesi che usano valute diverse, i redditi delle soglie di povertà in valuta nazionale sono convertiti in dollari, a valori medi del tasso di cambio. Le stime in dollari sono corrette per arrivare alla parità di potere di acquisto, cioè per tenere conto del fatto che i beni di consumo hanno prezzi diversi nei vari Paesi in rapporto alle condizioni locali. Le ultime indagini sui prezzi per calcolare la parità di potere di acquisto hanno coperto 146 Paesi, inclusi circa 100 in via di sviluppo. Con la correzione dall’anno base 1993 all’anno base 2005, le stime della povertà estrema nel 2005 aggiungevano 400 milioni di poverissimi al miliardo precedentemente stimato.

Dove vivono i poveri individuati secondo le linee della povertà assoluta? Dai dati della Banca mondiale ne risulta evidente la concentrazione in alcune aree geografiche. La povertà estrema è un problema gravissimo e diffuso nel continente africano, ed è severa nel subcontinente indiano. Nel 2005 viveva in tali condizioni il 51,2% della popolazione nell’Africa subsahariana e il 40,3% nell’Asia meridionale (il 41,6% in India). L’incidenza della povertà estrema era invece scesa al 15,9% in Cina e all’8,4% in America Latina e nei Caraibi. La povertà non estrema coinvolge larga parte della popolazione in Asia e fasce rilevanti in America Latina. Sotto la soglia dei 2 dollari viveva nel 2005 il 38,7% della popolazione nell’Asia orientale e nel Pacifico (il 36,3% in Cina), il 16,6% in America Latina e nei Caraibi, il 73% nell’Africa subsahariana e il 73,9% nell’Asia meridionale (75,6% in India). Le cifre spaventosamente alte nel numero dei poveri sono legate alla crescita della popolazione mondiale: agli inizi del 21° sec. oltre 6 miliardi di persone, già 6,8 miliardi nel 2009. La dinamica demografica è stata alta in Paesi che non hanno ancora avviato un processo solido e durevole di crescita economica, sia in Africa sia in Asia. Le regioni rurali del subcontinente indiano sono rimaste marginali, nonostante l’espansione nei settori dinamici dell’economia. Secondo calcoli prospettici, l’incidenza della povertà estrema nei Paesi in via di sviluppo scenderà appena sotto il 17% della popolazione nel 2015, con risultati diseguali tra le aree del mondo, per le prospettive di progresso in India e i miglioramenti modesti in Africa. Se si esclude dal computo la popolazione della Cina, l’incidenza della povertà estrema potrebbe restare al 25% nel 2015, con una maggiore concentrazione dei poverissimi nell’Africa subsahariana. Nonostante il declino nell’incidenza della povertà tra la fine del secolo scorso e l’inizio di quello nuovo, nel 2015 i poverissimi nel mondo sarebbero ancora 1 miliardo; ma è possibile che la crisi alimentare causata dagli aumenti nei prezzi dei cereali e del riso aggravi questa cifra, con stime che valutano l’incremento dei poveri a causa di tale crisi in circa 100 milioni di persone.

La geografia della povertà

La geografia della povertà ha una dimensione socio-economica, che guarda alle disuguaglianze di reddito all’interno di ogni Stato, e una geopolitica, che guarda alle disuguaglianze tra gli Stati. Vi sono persone povere, a causa delle profonde disuguaglianze di reddito, in Paesi che godono di condizioni di sviluppo solide e hanno un reddito medio relativamente elevato; ma vi sono Stati poveri, che hanno un prodotto interno lordo (PIL) così basso da offrire scarse opportunità di benessere alla popolazione, anche nelle più utopistiche ipotesi di distribuzione ugualitaria dei beni e servizi prodotti. La povertà nel mondo contemporaneo ha una geografia regionale a scala mondiale, dove spiccano gli Stati che sono ‘poveri’ per una limitata capacità nella produzione del reddito in rapporto alla popolazione (PIL pro capite). Secondo le stime della Banca mondiale, nel 2005 la produzione mondiale di reddito (calcolata in dollari a parità di potere di acquisto) era concentrata per il 61% nei Paesi ad alto reddito, per il 32% in quelli a medio reddito, dove vive il 48% della popolazione mondiale, e solo per il 7% in quelli a basso reddito, dove vive il 35% della popolazione (World bank 2008, p. 10). La stessa fonte stima che nel 2005 il 20% più ricco della popolazione mondiale abbia consumato circa il 76% dei beni e servizi privati globali, mentre il 20% più povero ne abbia consumato meno del 2%. La Banca mondiale classifica 210 nazioni e territori per livello di reddito pro capite, distinguendoli in quattro gruppi: ad alto reddito, a reddito medio di fascia alta o bassa, a basso reddito. I 49 Stati a basso reddito, con reddito pro capite pari o inferiore a 935 dollari, includono molti Stati africani, l’Afghānistān, il Pakistan, la Cambogia, il Vietnam, la Corea del Nord, il Myanmar, il Bangla Desh, il Nepal, alcune delle repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale, Haiti, lo Yemen, Papua Nuova Guinea. È evidente la concentrazione dei Paesi a basso reddito in Asia e soprattutto in Africa. In Africa si tratta di Stati di nuova indipendenza, con istituzioni ancora fragili, segnati da un passato comune: economie rurali, già devastate dalla tratta degli schiavi, soggette alla colonizzazione, lacerate nel primo periodo postcoloniale da instabilità politica e guerre civili, o ancora coinvolte in guerre regionali. Anche in Asia il gruppo dei Paesi a basso reddito comprende Stati segnati nella storia recente da conflitti devastanti o da dittature. Nei Paesi emergenti, esportatori di manufatti sui mercati mondiali, la povertà significa esclusione dai settori trainanti della crescita; nei Paesi produttori di materie prime energetiche, la povertà significa disuguaglianza, spesso estrema, tra ricchi e poverissimi, e può essere ulteriormente aggravata dal cattivo uso delle rendite minerarie.

La geografia della povertà a livello mondiale ha mappe locali frastagliate anche all’interno del singolo Paese, nella distribuzione del reddito per regioni, per gruppi sociali, per sesso, per fasce d’età o tra zone urbane e rurali. I poverissimi vivono prevalentemente nelle campagne dei Paesi in via di sviluppo; in questi Paesi, nel 2002 l’incidenza globale della povertà estrema era valutata al 30% tra la popolazione rurale e al 13% tra quella urbana (Chen, Ravallion 2007). Nei Paesi in via di sviluppo, le due macroregioni dell’Asia meridionale e dell’Africa subsahariana concentravano rispettivamente il 39,4% e il 22,3% degli urbani poveri, e il 46,2% e il 33,9% di quelli poverissimi. Sacche di povertà estrema persistevano nelle campagne in Cina, dove l’incidenza era stimata al 22,4% della popolazione rurale (meno dell’1% nelle città). Se in Asia orientale la povertà era rurale (meno del 7% dei poverissimi vivevano nelle città), in Asia meridionale e in Africa l’alta incidenza della povertà urbana si accompagnava all’incidenza ancor più severa della miseria rurale. La povertà estrema in India era alta anche nelle città, pur con incidenza inferiore a quella delle campagne (39,3% contro 43,6%). Faceva eccezione l’America Latina, dove la maggioranza dei poveri (65,5%) e poverissimi (59%) viveva nelle città.

Si riconoscono ‘centri’ e ‘periferie’, al plurale, perché se divari enormi esistono ancora tra il nucleo dei Paesi di più antica industrializzazione e il resto del mondo, processi di convergenza sono in corso per la crescita economica negli Stati più popolosi dell’Asia (Cina, India e Indonesia) e nelle economie asiatiche emergenti (Malaysia, Thailandia), per il consolidarsi della crescita in Brasile, per la ripresa in corso in alcune economie africane. Le mappe della povertà nei Paesi in via di sviluppo sono in movimento; fasce di popolazione emergono dalla miseria secolare, mentre nuovi poveri vi precipitano o poveri di sempre vi rimangono intrappolati. In alcune regioni, come l’America Latina o l’Africa, a seguito delle migrazioni dei poverissimi verso le città e del maggior costo della vita in città, sale il peso relativo della povertà urbana (urbanizzazione della povertà). Al contrario, sembra crescere in termini relativi la povertà rurale in Cina o nella macroregione costituita dall’Europa orientale e dall’Asia centrale, dove marginalità ed esclusione frenano l’economia delle campagne.

La povertà non è nel panorama del 21° sec. un destino storico immutabile, né per le collettività nazionali né per i singoli gruppi. Nell’ultimo ventennio del 20° sec., importanti successi sono stati raggiunti nella riduzione della povertà a livello mondiale, con cifre che restano controverse (Chen, Ravallion 2007; Sala-i-Martin 2006). Secondo le stime più aggiornate, la percentuale dei poveri nei Paesi in via di sviluppo è scesa tra il 1981 e il 2005 dal 69,2% al 47%, grazie soprattutto allo spettacolare declino della povertà in Cina (dal 97,8% al 36,3%), iniziato negli anni Ottanta del 20° secolo. La minore incidenza della povertà in altre regioni, come l’Asia meridionale (dall’86,5% al 73,9%) o l’America Latina (dal 22,5% al 16,6%), non è stata tale da ridurre il numero totale dei poveri a fronte della crescita della popolazione. Tra il 1981 e il 2005 il numero dei poverissimi è sceso di 519,5 milioni, grazie alla riduzione della povertà estrema in Cina; ma è quasi raddoppiato (da 639 milioni a 1,185 miliardi) il numero di coloro che, sebbene siano sfuggiti alla povertà estrema, si sono collocati nella fascia compresa tra 1,25 e 2 dollari al giorno, in condizioni comunque di persistente vulnerabilità (Chen, Ravallion 2008, p. 21). I risultati sono disuguali nella distribuzione geografica. L’incidenza della povertà (meno di 2 dollari al giorno) è stagnante nell’Africa subsahariana (dal 74% del 1981 al 73% del 2005), anche se con alcuni picchi di crescita nel corso degli anni Ottanta e Novanta. All’inizio del 21° sec., al progresso della Cina non corrisponde un miglioramento in altre regioni in via di sviluppo. Tra il 1999 e il 2005 l’Africa subsahariana non ha visto diminuire in assoluto il numero dei suoi poveri, che è anzi aumentato (+48,2 milioni), così com’è avvenuto in India (+44,9 milioni).

Problemi di povertà che questi dati non segnalano vi sono in Europa, nell’America Settentrionale, in Giappone, in Australia, in società dove il reddito prodotto è sufficiente a garantire, in linea teorica, consumi pro capite ben sopra la linea della povertà assoluta. Nel valutare il benessere, ci si rapporta alle condizioni prevalenti nell’ambiente in cui si vive, raggiungibili nell’orizzonte di un realistico miglioramento del tenore di vita. Le misure di povertà relativa indicano la distanza del paniere di consumo abituale dal tenore di vita prevalente nel contesto sociale, dove la persona o il nucleo familiare vivono, stimando in percentuale il reddito goduto da una persona, nel suo nucleo familiare, in rapporto al reddito medio del Paese. Con maggiore precisione, la soglia della povertà relativa è calcolata come un reddito pari al 50% del reddito mediano. Nelle società opulente l’indigenza colpisce fasce della popolazione in condizioni di marginalità o escluse dal circuito della produzione e della percezione del reddito. Nuovi poveri, in senso relativo, sono gli anziani con pensioni basse, i giovani con redditi volatili, le famiglie molto numerose, i disoccupati a lungo termine, le persone con basso grado di istruzione o confinate in ghetti urbani o aree a basso reddito, le minoranze emarginate. La povertà relativa può essere amaramente sofferta, anche se il reddito consente di appagare i bisogni primari, perché la percezione del benessere è rapportata ai consumi che le relazioni sociali indicano adatti a una vita dignitosa e soddisfacente. La povertà relativa è patita non solo come privazione oggettiva nell’accesso a più godibili esperienze vitali, ma come esclusione dallo status, che dà stima e riconoscimento nelle relazioni con gli altri. In tutte le società, i consumi sono segnali di status: indicano la posizione della persona nella gerarchia del valore, del potere, del riconoscimento pubblico. Vi è ampio spazio di controversia nel valutare le soglie della povertà relativa all’interno dei Paesi sviluppati, anche perché le opportunità offerte ai cittadini con redditi bassi dai servizi pubblici sono diverse da uno Stato all’altro o nelle regioni della stessa nazione, e tutelano con minore o maggior efficacia dalle privazioni dell’indigenza. È evidente, però, che la povertà assoluta, che mette a rischio la vita e la salute propria e delle persone care, impedisce la fruizione della cultura e dei diritti, espone alla prepotenza dei propri simili o delle autorità, risulta incommensurabile ai disagi di una sia pur dolorosa povertà relativa.

Le molte facce della povertà

Le durezze della vita vissuta in povertà toccano aspetti dell’esistenza personale e sociale che non sono efficacemente catturati dal solo paniere di consumo. Sono privazioni che i poveri soffrono nella stima sociale e nell’autostima, negli affetti, nella sicurezza di vita, nella capacità di garantire un futuro ai figli, nell’accesso ai diritti civili e politici, e possono avere conseguenze persistenti sull’arco di più generazioni.

La povertà significa carenze nutrizionali, che possono pregiudicare la crescita dei minori e avere effetti negativi sulla salute in età adulta, anche quando non pongono a rischio di morte per fame. La denutrizione cronica o l’alimentazione priva di varietà e adeguato apporto di nutrienti espongono alle malattie le persone che ne patiscono. Malaria, tubercolosi, malattie polmonari, infezioni intestinali, malattie infettive, colpiscono con maggiore facilità le popolazioni con basse difese immunitarie, a seguito di denutrizione o cattiva alimentazione. L’epidemia di AIDS che colpisce così duramente le popolazioni africane è legata anche a sindromi complesse di carenze nutrizionali e cattivo stato di salute. I bambini poverissimi nella prima infanzia sono esposti a malattie infettive e disturbi intestinali, che hanno effetti devastanti in stato di sottonutrizione, mentre potrebbero essere curati in buone condizioni sanitarie e in una situazione nutrizionale e di salute normale. Uno degli aspetti drammatici della povertà rurale è, in molte zone, l’impossibilità di avere accesso all’acqua potabile. La provvista dell’acqua assorbe ore di lavoro, con sforzo fisico, soprattutto da parte delle donne che vi provvedono; sono ore sottratte ad altri compiti, che pesano nell’equilibrio energetico precario di chi non ha nutrimento sufficiente. Con razioni di acqua limitate o di cattiva qualità, è difficile mantenere l’igiene nella preparazione del cibo, nella cura della persona, nella protezione dalle malattie per contagio. Il colera è endemico in molte zone dove la popolazione ha scarso accesso all’acqua potabile o non esistono sistemi efficienti di separazione delle acque bianche dalle acque nere. La scarsità di acqua o la sua dubbia potabilità sono tra le gravi privazioni che la povertà estrema impone, con conseguenze pesanti per la mortalità infantile, nonostante il meraviglioso equilibrio che le donne abituate a razionare l’acqua sanno raggiungere con le scarse risorse idriche di cui dispongono.

La povertà riduce la speranza di vita. Il povero o il poverissimo, esposto per carenze alimentari o di igiene ambientale, ha minore protezione contro la malattia, perché non ha reddito per procurarsi assistenza medica o medicinali. Soffrono le popolazioni rurali in regioni relativamente isolate, dove i servizi medici sono carenti o assenti, gli ospedali lontani e non raggiungibili facilmente, per le strade impraticabili oppure per l’assenza di un servizio pubblico di trasporto. In molti Paesi in via di sviluppo, lo Stato non è in grado di offrire assistenza medica adeguata, perché mancano risorse di bilancio da destinare allo scopo e personale specializzato. La povertà inoltre blocca l’accesso all’istruzione, se non sono attuate politiche compensative con l’offerta di servizi pubblici di qualità. In molte culture, le bambine sono sottoalimentate o escluse dalla scuola per discriminazioni di genere che vanno al di là dei limiti di reddito. Nelle regioni devastate da conflitti o nelle periferie urbane turbolente, la povertà è associata alla mancanza di sicurezza. La povertà estrema limita il diritto di voce e cittadinanza perfino in uno Stato democratico, a causa dell’analfabetismo, dell’impossibilità di accedere ai mezzi di comunicazione, della difficoltà di acquisire prestigio sociale o mobilitare sostegno. Ostacola inoltre la tutela dei diritti, impedendo di averne cognizione o di sostenere spese legali.

Un’ampia letteratura si è sviluppata per dare rilievo alle varie facce della povertà e per elaborarne indici quantitativi (Poverty and inequality, 2006; Sen 2006). Si possono tracciare tabelle per la geografia dell’analfabetismo e della mortalità infantile nei Paesi del mondo, con forti correlazioni con le stime del reddito medio, ma anche con notevoli scostamenti, perché successi importanti si possono raggiungere in Stati relativamente poveri con servizi pubblici di tutela della salute, campagne di vaccinazione, programmi di alfabetizzazione e scolarizzazione. L’indice di sviluppo umano (HDI, Human Development Index), elaborato dalle Nazioni Unite per 175 Paesi, misura le condizioni di benessere in ogni Paese integrando il livello medio di reddito con la speranza di vita e il grado di istruzione (UNDP 2007). Le Nazioni Unite calcolano anche l’indice di povertà umana (HPI, Human Poverty Index), che combina la probabilità di morire prima dei 40 anni, la mortalità entro i 5 anni e la difficoltà di accesso all’acqua. Se l’indice di sviluppo umano misura il benessere raggiunto, l’indice di povertà umana segnala il grado di deprivazione, in termini di mortalità, sottonutrizione e carenza d’acqua. Si notano scostamenti importanti, nelle graduatorie per entrambi gli indici, dalla posizione relativa calcolata in termini di reddito pro capite. La malnutrizione è evidente nel subcontinente indiano; la percentuale dei bambini sottopeso è la più alta al mondo nell’Asia meridionale (IFPRI 2007, p. XI). La speranza di vita è particolarmente bassa nell’Africa subsahariana (circa 50 anni); nel 2005, la mortalità infantile prima dei 5 anni era, in media, di 172 bambini su 1000 nati vivi, con picchi oltre i 200 in vari Stati (UNDP 2007, p. 264).

Nel valutare il benessere, l’approccio delle capacità, proposto dall’economista Amartya K. Sen, guarda alle opportunità aperte all’individuo in tutte le sfere della vita, dal benessere fisico alla cultura, alla vita sessuale o di relazione, alla sicurezza, alle libertà politiche. Questa teoria suggerisce di pesare tutte le opportunità soffocate nelle scelte di vita, quando si vogliono valutare le restrizioni alla libertà patite dai diversi gruppi di poveri (donne, bambini, malati, persone con handicap ecc.) o stimarne la gravità relativa. Offre, quindi, una visione ricca e di ampia portata sulla disuguaglianza nel mondo contemporaneo. L’approccio delle capacità è ancorato a un concetto a tutto tondo della libertà come possibilità di realizzare le aspirazioni autentiche nella vita individuale. Si scontra, però, con la difficoltà di conciliare le diverse visioni dei valori nel valutare lo spettro delle opportunità da tutelare, e rappresenta un programma fortemente ugualitario nei principi, con venature di utopia, esposto ai rischi dell’egualitarismo estremo se tradotto in progetto politico. Prima di inseguire impossibili sogni egualitari sull’intero spettro delle capacità, i divari estremi di reddito, di istruzione, di mortalità, di accesso all’acqua o alle cure mediche mostrano quanto sia difficile raggiungere nel mondo contemporaneo obiettivi basilari nella tutela dei diritti fondamentali della persona. La popolazione mondiale dei poveri e dei poverissimi riesce a vivere in modo pienamente umano pur in condizioni che appaiono proibitive a chi è abituato al tenore dei consumi nei Paesi ad alto reddito. Soglie estreme di denutrizione o sofferenza ledono la capacità di gioire e quella di espressione; ma esiste una ricchezza nei sentimenti, nel linguaggio, nella cultura, nell’espressione artistica, nella spiritualità, nella gioia che travalica la barriera dei consumi e le disuguaglianze di reddito. Nelle società rurali minacciate dalla fame o nelle periferie di baracche del mondo vi sono patrimoni di arte e di inventiva, di solidarietà umana, di tenacia e dedizione, di intensa vita spirituale. È perfino superfluo, quasi offensivo, ricordarlo, se non fosse che la letteratura economica, con le migliori intenzioni di moderare la disuguaglianza, segnala solo il ‘meno’ di chi vive in povertà.

La fame nel mondo

Secondo le stime dell’IFPRI (International Food Policy Research Institute), più di 800 milioni di persone tra i poverissimi soffrono di carenze nutrizionali. Nel 2004, gli ultimi tra i poverissimi, quelli che vivono con meno di 0,5 dollari al giorno, gli affamati del mondo, erano almeno 162 milioni, di cui 121 (cioè i tre quarti) nell’Africa subsahariana, 11,5 in America Latina e 28,5 in Asia (IFPRI 2007, p. 9). L’indice GHI (Global Hunger Index), altro indicatore nella geografia della povertà, è incentrato sull’aspetto primario della fame e della mortalità che ne consegue, e combina tre indicatori: la quota della popolazione che soffre di carenze caloriche o nutrizionali (secondo le stime della FAO); la percentuale dei bambini sotto peso tra la nascita e i 5 anni (indice di sottonutrizione nell’infanzia); la mortalità dei bambini nella stessa fascia di età. Alla luce dei dati, gli ultimi tra i poverissimi, nell’Africa subsahariana, sembrano restare indietro, anche in un quadro di moderato progresso che veda ridursi la povertà nel continente africano (IFPRI 2007, p. 13).

La fame è problema antico. Nella storia, lo sviluppo dell’agricoltura, rivoluzione tecnologica e sociale, ha consentito l’aumento della popolazione e del consumo alimentare; ma carestie periodiche hanno devastato popolazioni e civiltà per millenni. La carestia è una carenza diffusa di cibo, che fa salire il tasso di mortalità per effetto diretto della morte per fame o per malattie legate alla denutrizione (Grada 2007, p. 5). Si tratta di crisi acute, per il crollo della produzione alimentare a seguito di disastri naturali o di devastazioni dovute a conflitti armati, o anche per l’impossibilità di una parte della popolazione di accedere alle risorse alimentari nei normali canali di approvvigionamento e ai prezzi di mercato. Come Sen ha evidenziato, la gravità di una carestia e la mortalità che questa determina non sono sempre dovute alla scarsità della produzione e delle scorte. Pesano il vincolo di reddito a fronte dell’ascesa dei prezzi, le disfunzioni dei mercati o i canali bloccati di distribuzione. L’effetto devastante delle carestie è acuito dall’assenza di voce pubblica delle popolazioni colpite, quando il Paese coinvolto manca di libera stampa o è oppresso da regimi totalitari.

Tra la fine del 18° e l’inizio del 19° sec., gli economisti discussero animatamente sulla crescita nella produzione alimentare necessaria a sostenere una popolazione in aumento. La crisi nel raccolto della patata, tra il 1846 e il 1847, determinò la carestia che uccise in Irlanda un milione di persone. L’Europa si liberò dall’incubo della morte per fame solo nella seconda metà del 19° secolo. La prima rivoluzione industriale fu preceduta dall’aumento della produttività in agricoltura nel corso del 18° sec., con l’adozione di tecniche innovative che aumentarono la resa per ettaro. Nel 19° sec. lo sviluppo manifatturiero fu accompagnato dalla meccanizzazione dell’agricoltura, dall’adozione di fertilizzanti e trattamenti chimici, dall’applicazione di tecnologie che migliorarono il trasporto e lo stoccaggio dei prodotti agricoli, permisero di estendere la coltivazione in serra e sviluppare la conservazione del cibo. Il 20° sec. è stato ancora funestato da gravi carestie alla periferia dell’Europa e soprattutto in Asia e in Africa (Grada 2007). Tra il 1931 e il 1933 la carestia uccise nell’Unione Sovietica, secondo le stime più prudenti, dai 4 ai 6 milioni di persone; in India, tra il 1942 e il 1944, fu devastante la carestia nel Bengala. In Cina, tra il 1959 e il 1961, in quella che fu probabilmente la carestia più grave della storia quanto a perdite umane, morirono 15 milioni di persone, sempre secondo le stime più prudenti (40 milioni secondo altri calcoli). Nella seconda metà del secolo scorso, la ‘rivoluzione verde’, con l’uso di sementi migliorate e di varietà resistenti e ad alta resa, permise di aumentare la produttività delle colture in India, in Cina, in altri Paesi dell’Asia, facilitando il decollo dello sviluppo nei Paesi asiatici.

Qual è lo stato della sicurezza alimentare nel mondo, cioè il grado di protezione di cui la popolazione dispone, in singoli Paesi o grandi regioni, di fronte al rischio di devastanti carestie? Povertà e fame sono più diffuse tra le popolazioni rurali che vivono in economie a bassa produttività agricola per ragioni ecologiche (cattiva qualità dei suoli, desertificazione ecc.), per scarsità di capitale e per uso di tecnologie arretrate. Le carestie vanno distinte dalle situazioni di povertà cronica e di sottoalimentazione. Le guerre costringono le popolazioni alla fuga dai luoghi di coltura, ne devastano e ne minano, alla lettera, i campi, originando crisi alimentari tra i rifugiati e le vittime delle devastazioni. È opportuno distinguere l’emergenza alimentare per conflitti o disastri naturali dalle crisi che determinano l’esclusione di molti dall’accesso al cibo al prezzo di mercato, o da situazioni croniche di bassa produttività agricola, che espongono la popolazione, in una regione, all’incertezza del raccolto in assenza di scorte alimentari adeguate. I programmi internazionali per l’aiuto alimentare consentono di ridurre in modo significativo i rischi per le popolazioni in condizioni di emergenza, di alleviarne le sofferenze e di migliorarne la sopravvivenza. Non sono esenti da gravi problemi, per la difficoltà di portare l’aiuto alimentare o di farlo arrivare con continuità, soprattutto nelle zone in cui sono in atto conflitti armati. La disponibilità di fondi è limitata, e si riduce quando sarebbe più acuta la necessità dell’aiuto, cioè quando aumentano i prezzi dei cereali. A medio termine, i programmi internazionali per la sicurezza alimentare mirano a consolidare la produzione alimentare negli Stati esposti e a incentivarne la capacità di accumulare scorte o di attivare flussi d’aiuto a fronte di perdite dei raccolti o crisi locali, per tutelare la popolazione dalla fame.

Nel quadro delle tecnologie note, senza prefigurare innovazioni radicali nell’agricoltura, vi è ampio spazio per aumentare la produttività agricola nei Paesi più esposti ai rischi di carestie e crisi alimentari. La FAO stima che vi è capacità globale per fornire il cibo necessario alla popolazione attuale; ma resta drammaticamente aperta la possibilità che nel 21° sec. i divari estremi di reddito impediscano l’accesso soddisfacente dei poveri alle risorse alimentari esistenti, perché questi non hanno sufficiente capacità di acquisto o vivono in economie locali a bassa produttività, devastate da conflitti, escluse dai flussi di commercio internazionali, difficilmente raggiungibili da aiuti di emergenza. A medio termine, la sostenibilità della crescita nella produzione alimentare mondiale resta controversa, se consideriamo insieme l’aumento della popolazione mondiale previsto nella prima metà del secolo, l’aumento della domanda di consumi alimentari variati nelle fasce che conquistano nuove capacità di reddito e la quota della popolazione povera, che si vorrebbe ridotta e in declino, ma che è ancora spaventosamente alta, in cifre assolute e in percentuali. Due sono gli elementi da bilanciare: non solo la rapidità della crescita demografica rapportata alla crescita della produzione di beni per uso alimentare, ma anche la destinazione della produzione agricola a usi diversi dall’alimentazione umana. Le biomasse per la produzione di biocarburanti o i foraggi per l’alimentazione del bestiame sono impieghi che sottraggono terreni e risorse, altrimenti utili per l’alimentazione di base della popolazione mondiale.

Alla fine del primo decennio di questo secolo, il problema della fame è reso acuto dall’aumento marcato dei prezzi dei cereali e del riso, segnale di scarsità relativa e di forte pressione sull’offerta. I prezzi degli alimentari di base (riso, mais, grano) sono schizzati in alto tra il 2006 e il 2008, per l’aumento del prezzo del petrolio, per la pressione della domanda di biocarburanti, sostenuta da politiche pubbliche volte alla sostituzione dei derivati del petrolio nei bilanci energetici nazionali, per l’accresciuta domanda di mangimi e foraggi per bestiame, volta a soddisfare i nuovi consumatori di carne nei Paesi in rapida crescita. A lungo termine, l’aumento del prezzo delle materie prime alimentari potrà incentivarne la coltivazione e, in linea di principio, favorire i coltivatori nei Paesi in via di sviluppo. A breve termine, il quadro è drammatico per lo squilibrio che determina nei bilanci delle famiglie povere, destinati tra il 50% e l’80% alla spesa per l’alimentazione. Riso, grano e mais sono il cibo basilare per i quasi 2,6 miliardi di poveri del pianeta. Secondo ricerche della Banca mondiale, i vantaggi relativi per i coltivatori poveri, che guadagnano dall’aumento di prezzo dei prodotti agricoli, sarebbero più che compensati da difficoltà addizionali per le famiglie rurali o per i poveri delle città che sono acquirenti netti e, per sfamarsi, devono rifornirsi ai nuovi prezzi di mercato. Dove l’aumento dei prezzi ha creato tensioni sociali sono scoppiati tumulti; si temono conflitti in assenza di interventi a sostegno dei redditi più deboli. Gli eventi recenti richiamano il ruolo che dovrà svolgere, nel 21° sec., la crescita della produttività agricola in ogni possibile panorama che miri alla riduzione della povertà, sia a fronte della crescita numerica della popolazione mondiale, sia a fronte della domanda di consumi alimentari ricchi e variati nei popolosi Paesi avviati su percorsi di crescita del reddito. È decisivo comprendere l’importanza degli investimenti nell’agricoltura, soprattutto nei Paesi dove ampie fasce della popolazione soffrono di carenze nutrizionali e la produttività agricola resta bassa.

Le trappole della povertà

Secondo numerosi studi, le persone o le famiglie in condizioni di povertà estrema restano bloccate in una cronica difficoltà, che ne impedisce l’ascesa sociale verso migliori condizioni di vita e vanifica le opportunità di guadagnare incrementi di reddito. La ‘trappola della povertà’ diviene stringente con la durata e la gravità dell’indigenza, se cioè la povertà non è un vissuto temporaneo, per momentanea avversità, ma è una condizione di vita di lunga durata e se è povertà estrema. Lo studioso Partha Dasgupta (1998) ha segnalato l’elementare trappola della povertà, che nasce dal deficit alimentare. La persona sottonutrita è costretta a economizzare le energie, quando avrebbe bisogno di moltiplicare gli sforzi per cogliere una possibilità qualunque di miglioramento. In condizioni di questo tipo, non vi sono energie sufficienti per erogare lo sforzo lavorativo addizionale che sarebbe necessario per accumulare risparmi, produrre scorte alimentari o svolgere prestazioni di lavoro efficienti. I pasti limitati impediscono la concentrazione nell’apprendimento. La persona sottoalimentata è facilmente esclusa dal mercato del lavoro o fallisce nell’investimento in istruzione. L’attivismo del mondo sviluppato è anche il frutto del consumo abituale di razioni abbondanti, ed è sostenuto da migliori condizioni di salute.

Nelle famiglie molto povere, la carenza di risparmio blocca la capacità di accumulare ricchezza; la mancanza di ricchezza e di status impediscono di accedere al credito. La cronica mancanza di risparmio impedisce l’accumulazione persino di piccoli capitali, che consentirebbero investimenti come l’acquisto di strumenti di lavoro o bestiame per incrementare la produttività agricola. Mancano scorte e beni rifugio per far fronte all’imprevisto. Le avversità si trasformano in tragedia, si tratti della malattia del capofamiglia, di cattive condizioni meteorologiche o della perdita del posto di lavoro. È scarso l’incentivo al risparmio che i picchi temporanei nel reddito potrebbero talvolta consentire. L’esposizione a eventi avversi e l’insicurezza della proprietà determinano un’acuta percezione del rischio di perdita patrimoniale, che spinge alla ‘dissipazione’ immediata del reddito per sfiducia nella capacità di accumulazione fruttuosa nel medio periodo. Si privilegia il consumo immediato, perché è breve l’orizzonte della vita. Sono comportamenti legati anche alla strategia per la copertura del deficit energetico semicronico o a regole di reciprocità e dono, molto vincolanti nelle società che soffrono su scala collettiva di vincoli di scarsità.

La povertà cronica può intrappolare in condizioni di marginalità generazioni successive, in una spirale che si riproduce. La povertà si trasmette tra le generazioni per la difficoltà nell’accesso all’istruzione. La necessità di lavorare impedisce ai minori la frequenza scolastica regolare o impone l’uscita precoce dalla scuola. I fallimenti scolastici segnano il percorso di tanti ragazzi nelle famiglie povere o poverissime, che non hanno sostegno per l’analfabetismo dei genitori, sono affaticati dal lavoro fuori dall’orario scolastico, non acquistano i materiali di studio. Le malattie sono causa di rischio anche per i minori del nucleo familiare; la perdita di un familiare adulto, percettore di reddito, può precipitarli nella miseria, se le risorse sono consumate per medicine o funerali. La malattia costringe a ipotecare le poche proprietà o gli strumenti di lavoro. Nella pandemia di AIDS, la malattia dei genitori è un disastro per gli orfani, e vanno perdute le conoscenze che dovrebbero essere trasmesse tra le generazioni. Gli obblighi di mutua assistenza impongono ai familiari sopravvissuti di accogliere gli orfani, ma è grave il rischio degli abbandoni e il precipizio nella mendicità di strada.

Le trappole della povertà possono coinvolgere non solo nuclei familiari, ma intere comunità o fasce della popolazione, che non hanno opportunità per migliorare il livello di reddito e restano bloccate in condizioni di marginalità. Nelle campagne, la povertà rurale è esclusione, per distanza, dai centri cittadini, dove si svolgono le attività amministrative, hanno sede i poteri di governo, è attiva la vita commerciale. Povertà rurale può significare non avere accesso ai beni di normale consumo perché le strade sono impraticabili nella stagione delle piogge, o non curare i denti perché non esiste servizio di dentista nell’area attorno al villaggio. Nelle città i nuclei familiari più poveri si concentrano in zone urbane degradate, meno fornite di servizi, dove l’addensamento di tante famiglie povere non facilita la conquista di migliori prospettive di vita. Mancano, oltre ai redditi, relazioni e incentivi. Gli ultimi nelle bidonvilles sono esposti al furto del pochissimo che hanno per lo stato precario dell’alloggio o la prepotenza della delinquenza organizzata, per fragilità di fronte a chi è armato o socialmente affermato. I poveri soggiacciono all’abuso dei funzionari pubblici perché non hanno la possibilità di attivare tutele legali, di cui spesso non intravedono l’opportunità per mancanza di istruzione.

Tra i poveri del mondo ci sono gli schiavi del nostro tempo. All’alba del 21° sec. si stima che 27 milioni di persone vivano ridotte in schiavitù. Tra gli orrori del secolo c’è la sofferenza dei bambini schiavi. In contesti di miseria e degrado, sono i figli stessi o i nipoti a essere venduti, per debiti, per avidità, per l’inganno di abili trafficanti: le bambine come mogli precoci e domestiche, i maschi come lavoratori agricoli o manifatturieri in servitù o in schiavitù piena e integrale. Giovanissimi sono rapiti o venduti per essere piegati alla schiavitù sessuale oppure vengono ceduti per essere utilizzati come servi domestici, raccoglitori di cacao, operai tessili, minatori, costretti al lavoro forzato e limitati nei movimenti, con l’esclusiva retribuzione del cibo e del minimo vitale, alla mercé della violenza fisica dei padroni.

Secondo alcuni studiosi, condizioni sfavorevoli che bloccano il miglioramento nel tenore di vita toccano le popolazioni di Paesi interi. A livello degli Stati, il termine ‘trappola della povertà’ segnala un insieme di condizioni, che ostacolano il decollo della crescita, cioè l’aumento stabile nel tempo del reddito pro capite con guadagni di produttività, diversificazione nella struttura produttiva, miglioramento nei trasporti, nelle telecomunicazioni, nei servizi. Ostacolano lo sviluppo economico nei Paesi a basso reddito fattori geografici e ambientali: la diffusione di malattie tropicali endemiche (in primo luogo, la malaria) con alti costi sociali; il clima sfavorevole, la siccità e la desertificazione; la natura povera o montuosa dei suoli; la distanza dalla costa in Paesi privi di affaccio sul mare e di infrastrutture di trasporto. Sul versante politico, sono decisivi i fattori istituzionali, quali la natura predatoria dell’amministrazione pubblica, i vizi del sistema giudiziario e la scarsa tutela della proprietà, la carenza di libertà politica o economica, perché scoraggiano gli investimenti privati sia di fonte interna, sia dall’estero. I Paesi lacerati da guerre civili e conflitti armati patiscono la trappola del conflitto, che può divenire cronico o esporre a ulteriori rischi di violenza prima che la stabilizzazione sia consolidata (Collier 2007).

I Paesi sviluppati godono delle economie dette di agglomerazione: si sfrutta il vantaggio di localizzare nella stessa area, con effetti reciproci di servizio, imprese di settori produttivi diversi, facilitate dalla presenza di altre imprese con benefici di costo, incentivi all’innovazione e opportunità di profitto. I mercati ampi e già stabiliti facilitano il successo, generando alti rendimenti con investimento in capitale umano e innovazione tecnologica, che sono stati analizzati nei modelli economici detti di crescita endogena. Jeffrey D. Sachs (2005) ha difeso l’urgenza di massicci interventi coordinati d’aiuto nei Paesi a basso reddito, per raggiungere soglie critiche d’impatto negli investimenti, che permettano di rompere i circoli viziosi e le trappole, agendo sia dal lato del capitale umano (salute, istruzione, lotta alle malattie tropicali, freno alla pandemia di AIDS), sia dal lato dell’apparato produttivo, sostenendo le infrastrutture, i trasporti, le telecomunicazioni. A questa visione si oppongono i detrattori delle politiche di aiuti allo sviluppo, soprattutto se concentrate su massicci investimenti in capitale fisico. William R. Easterly (2001), tra i critici degli ambiziosi programmi di aiuti erogati in modo concentrato, ha sostenuto che il graduale riscatto da condizioni di arretratezza, attraverso l’accumulazione di capitale, avviene quando le condizioni istituzionali tutelano gli incentivi al risparmio e all’accumulazione. Paul Collier (2007) valuta che 58 Paesi nel mondo non si trovino in condizioni adatte per avviare la crescita con successo, o perché schiacciati da conflitti persistenti, o perché privi di accesso al mare e circondati da economie anch’esse fragili o lacerate da conflitti, o perché gravati da rendite petrolifere o minerarie che sostengono élites autoritarie e non generano sviluppo, o infine perché degradati dalla scadente qualità delle istituzioni pubbliche e incapaci quindi di attrarre investimenti esteri e favorire l’accumulazione interna.

Le carenze istituzionali sono sia causa sia effetto nei processi storici che mantengono un’economia su sentieri di bassa crescita. L’economia dello sviluppo, per affrontare i processi di cambiamento nei Paesi in via di sviluppo, ha adottato modelli teorici fondati su relazioni di causalità diretta, chiamando in causa, di volta in volta, la posizione geografica, il clima, la frammentazione etnica, il grado di democrazia, le libertà economiche, la corruzione, la ricchezza di materie prime. È impossibile ridurre a correlazioni di presunta validità generale interazioni che hanno, nei singoli Paesi, caratteri peculiari nella varietà delle identità collettive, delle strutture politiche, dell’esperienza storica. Lo sviluppo economico implica una complessa trasformazione sociale, non solo per il cambiamento radicale nella specializzazione produttiva, ma per il mutare delle relazioni sociali (distribuzione del reddito, rapporti tra le generazioni, ruoli di genere, gruppi sociali emergenti o in declino, flussi migratori) e per la transizione istituzionale, che coinvolge il sistema giuridico e politico. Non si può eludere la spiegazione storica nella diagnosi dei fattori che ostacolano la riduzione della povertà negli Stati a basso reddito, per comprendere quale rottura sia prioritaria per avviare lo sviluppo e favorire l’assunzione di responsabilità nelle élites dirigenti locali o nel sistema della cooperazione internazionale. È un grave errore ritenere che in questi Stati esista un blocco inamovibile di condizioni avverse, un destino storico o un impedimento ambientale o geografico, diagnosi che sconfinerebbe in venature di razzismo. Le fragili condizioni di partenza segnalano la difficoltà di avviare la trasformazione nel sistema produttivo senza coinvolgere molti ambiti della vita sociale: livelli di istruzione e salute della popolazione, capacità di investimento, ma anche posizione nel panorama internazionale o rotture nell’assetto politico interno. In diversi ambiti regionali si pongono problemi di transizione specifici, la cui sequenza e i cui tempi sono rilevanti.

Le opportunità di sviluppoe i dilemmi del 21° secolo

Quali opportunità si aprono nel 21° sec. per i Paesi a basso reddito nella divisione internazionale del lavoro? Quali sono i sentieri per guadagni di reddito e produttività che permettano di far uscire i più poveri dalle condizioni di privazione? Si confrontano diagnosi diverse con divergenze sulle politiche e sui valori. Differiscono i giudizi sulla globalizzazione nell’orizzonte di lungo periodo: è demonizzata come il mostro divoratore dei Paesi più deboli nella divisione del lavoro internazionale, a causa della bocca vorace delle imprese multinazionali, o appare come lo spettro di un mondo omologato alle tipologie standardizzate dei consumi opulenti, prospettiva che inquieta i pensatori occidentali più di quanto preoccupi molti poveri del mondo, che sarebbero lieti di accedere ai ristoranti fast food e di viaggiare in automobile. A una parte dell’opinione pubblica nei Paesi sviluppati la bocca vorace della Cina e dei rampanti Paesi emergenti sembra, all’opposto, il mostro divoratore dell’attività d’impresa nazionale. La visione dominante nelle istituzioni internazionali per l’aiuto allo sviluppo ha esaltato le virtù positive del commercio internazionale nello stimolare e sostenere la crescita. All’opposto, la filosofia della decrescita enfatizza la necessità di limitare i consumi globali e di convertirsi, nel privato e nel collettivo, a sobrietà e risparmio delle risorse naturali, tornando a stili di vita quasi preindustriali.

È bene chiarire che non vi è possibilità di sviluppo per i Paesi a basso reddito nell’autarchia economica e nell’esclusione dai flussi del commercio internazionale, tanto meno per economie relativamente piccole che resterebbero tagliate fuori dai brevetti, dall’innovazione, dagli scambi formativi e di ricerca, persino dall’esperienza che si acquista nell’uso dei prodotti tecnologici in qualità di consumatori. Né si può realisticamente ritenere che economie povere potranno generare al proprio interno le innovazioni e il progresso tecnologico che le economie aperte acquistano nel costante scambio con le economie avanzate nel resto del mondo. La strada dell’autarchia e delle barriere tariffarie sarebbe per i Paesi a basso reddito la strada della chiusura e della disperazione, con effetti rapidamente degenerativi anche sui sistemi politici e gli equilibri sociali. Non vi sono esperienze nella storia che possano confortare, nell’opzione di chiusura al commercio estero, quei Paesi che hanno disperato bisogno di rinnovare l’apparato produttivo e far crescere le infrastrutture. L’apertura al commercio internazionale ha consentito ai Paesi del Sud-Est asiatico, all’India, alla Cina, al Brasile di raggiungere traguardi di reddito pro capite che hanno riscattato dalla povertà milioni di persone, nonostante le durezze del percorso, le iniquità delle disuguaglianze, i problemi ambientali, che devono e dovranno essere affrontati. D’altro canto, per le economie prevalentemente agricole a bassa produttività, la facilità del passaggio alla specializzazione manifatturiera dipende dalle condizioni iniziali e dai concorrenti già presenti sul mercato. Se Paesi emergenti già affermati occupano nicchie di mercato a tecnologia intermedia e a basso costo del lavoro, per i nuovi entranti l’ingresso è più difficile. Perché i Paesi a basso reddito abbiano opportunità di sviluppo nella specializzazione manifatturiera e nella crescita trainata dalle esportazioni, devono essere superate soglie nella disponibilità di forza lavoro qualificata, nelle capacità manageriali, nella solidità delle istituzioni. La strada della specializzazione manifatturiera non è l’unica da percorrere. Resta indispensabile conquistare e consolidare nei Paesi a basso reddito guadagni di produttività nell’agricoltura, sia per l’autosufficienza alimentare della popolazione, sia per il potenziale di crescita dell’agricoltura commerciale.

Nel panorama internazionale si pongono problemi di potenziale conflitto o di cooperazione ineguale tra le economie emergenti in Asia e in Africa. Si rischia la dipendenza squilibrata tra economie in crescita come la Cina e l’India e i Paesi a basso reddito dell’Africa, con possibili effetti di traino ma anche di sfruttamento, in particolar modo nell’appropriazione di risorse naturali. I Paesi ricchi di risorse naturali godono di opportunità di accumulazione e di investimento preziose, che possono però essere inghiottite da élites predatorie oppure sfruttate da imprese estere in enclaves chiuse, senza generare effetti moltiplicativi sull’economia locale. L’antropologo James Ferguson (2006) ha acutamente analizzato le forme ramificate che la partecipazione all’economia internazionale ha nelle economie africane, con la contiguità di fenomeni di marginalità e reti transnazionali nello sfruttamento delle risorse minerarie. Marginalità e conflitti possono intrappolare, a lungo termine, gli Stati fragili in Asia e in Africa. Anche nell’aspettativa realistica di processi di convergenza tra le economie nel mondo verso traguardi di reddito più equilibrati, permane il rischio che le economie fragili, soprattutto in Africa, non tengano il passo e rimangano esposte alla fame, alla guerra o alla predazione di economie più forti.

Quali sono le speranze di ridurre la povertà nel mondo e su quale orizzonte di tempo si dovrà operare per sradicare la povertà estrema, o almeno ridurla a un fenomeno che si possa alleviare con progetti specifici? Nel 1999 le Nazioni Unite hanno lanciato un ambizioso programma per la riduzione della povertà nell’ambito degli ‘obiettivi del millennio’, i traguardi per il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione mondiale formulati per il 2015. Sachs (2005) ricorda che la nostra generazione può realisticamente proporsi l’obiettivo di sradicare la povertà estrema e sottolinea l’onere etico di impegnarsi o di non impegnarsi per realizzarlo. Non vi è certezza che la crescita del prodotto lordo pro capite favorisca sempre i più poveri o tutti i più poveri, anche nelle economie in rapida crescita. A parità di disuguaglianza, i guadagni di produttività e il rinnovamento dell’apparato produttivo trascinano verso l’alto l’intero spettro dei redditi, come è avvenuto nei Paesi sviluppati. A lungo termine, lo sviluppo è una leva potente per superare la povertà assoluta e l’unica decisiva per costruire l’opportunità di ridurre la disuguaglianza; ma non vi è certezza che la disuguaglianza resti invariata a breve termine o in tutte le fasi della crescita. Nel mondo contemporaneo, ragioni di accresciuta disuguaglianza nascono dai divari di reddito in base al livello di istruzione o tra i residenti delle zone rurali e quelli delle città. Persiste il rischio che gruppi sociali specifici restino esclusi dall’aumento del reddito anche in economie in crescita, come accade ancora in Cina per una quota della popolazione rurale. Le trappole della povertà, all’alba del nuovo secolo, chiedono, per essere spezzate, investimenti di assistenza pubblica nella salute e nell’istruzione, per tutelare quanti rischiano di restare schiacciati tra la difficoltà di accedere all’economia di mercato e l’impossibilità di mantenere le tradizionali fonti di reddito.

Il principale dilemma aperto nel panorama mondiale del 21° sec. è la compatibilità tra l’aumento della popolazione, la crescita economica e la disponibilità delle risorse. L’interrogativo si pone nei crudi termini della fame e della sazietà, della sete o dell’abbondanza di acqua per la popolazione del pianeta, nell’ipotesi di un accesso meno diseguale e iniquo di quello oggi prevalente alle comuni ricchezze della natura. Riguarda la capacità di aumentare la produzione di risorse alimentari fino a livelli sufficienti per sfamare tutti gli abitanti della Terra e la disponibilità di risorse idriche per dare a tutti accesso all’acqua. Riguarda, ancora, l’accesso alle riserve mondiali di materie prime essenziali per la produzione manifatturiera, di cui si ritengono limitate le riserve disponibili in natura. La crescita economica consuma petrolio, uranio, rame, altre risorse minerarie la cui domanda, sempre maggiore, nell’ipotesi auspicabile di un aumento dei livelli di produzione e di benessere, potrà creare forti pressioni sui prezzi o veri e propri conflitti finalizzati al controllo delle risorse.

L’accesso dei poverissimi a condizioni di vita dignitose, la speranza di oltre un miliardo e mezzo di poveri – sopra la soglia della povertà estrema – di affacciarsi, nei prossimi decenni, a panieri di consumo che nei Paesi ad alto reddito sono considerati condizione normale di vita, pongono il problema della sostenibilità dello sviluppo. Non perché poveri e poverissimi si affaccino con ingordigia sulla scena internazionale, ma perché l’equilibrio ecologico attuale si fonda sull’anomalia, finora dominante sulla scena mondiale, della polarizzazione tra i consumi di un quinto circa della popolazione mondiale e quelli di tutti gli altri abitanti del pianeta. Secondo le stime delle Nazioni Unite, la popolazione dei Paesi in via di sviluppo potrà salire da circa 5,3 miliardi di persone nel 2005 a quasi 7 o perfino 7,9 miliardi nel 2050. In India e in Cina, come in altri Paesi emergenti, il rapido sviluppo economico espanderà la fascia dei ceti medi, con capacità di reddito sufficienti per aspirare al consumo della carne, all’uso degli elettrodomestici, a elevati consumi di acqua, all’automobile privata, ai viaggi aerei, all’uso del computer e così via. Non sappiamo se nel 21° sec. radicali innovazioni tecnologiche permetteranno di espandere le possibilità di benessere, facendo crescere congiuntamente consumi e popolazione, come nei due secoli passati. Non sappiamo se radicali innovazioni allenteranno a breve il vincolo delle risorse energetiche o alimentari, com’è accaduto nelle svolte storiche del passato, o se dovremo fronteggiare una transizione conflittuale, una fase di crescita ulteriore della popolazione e dei consumi con forte drenaggio sulle risorse naturali, in un quadro tecnologico che consente guadagni incrementali di produttività, senza liberarci dai vincoli attuali. Il dilemma contemporaneo corre tra l’urgenza di miliardi di persone – gli ultimi nella scala della povertà, i penultimi che sperano d’emergere o i milioni sopra la soglia dei 2 dollari al giorno che aspirano ai livelli di vita occidentali – e la disponibilità di risorse naturali, secondo le tecnologie che formano l’ossatura attuale del sistema economico. Vi sono spazi ampi per incrementi di produzione e di produttività sia nell’attività agricola, sia nel risparmio energetico. Vi sono, certo, prospettive di innovazioni radicali. Resta l’urgenza del dilemma etico, ed è difficile credere che oltre 2 miliardi di poveri non avranno voce sulla scena internazionale, anche se gli ultimi hanno poca voce sulla Terra. È ancora più difficile credere che non faranno sentire la propria voce le élites che governano gli Stati emergenti o i milioni dei nuovi ceti medi nei Paesi avviati alla crescita.

Bibliografia

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W.R. Easterly, The elusive quest for growth: economists’ adventures and misadventures in the Tropics, Cambridge (Mass.) 2001 (trad. it. Lo sviluppo inafferrabile: l’avventurosa ricerca della crescita economica nel Sud del mondo, Milano 2006).

J.D. Sachs, The end of poverty: economic possibilities for our time, New York 2005 (trad. it. Milano 2005).

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Sh. Chen, M. Ravallion, Absolute poverty measures for the developing world, 1981-2004, Policy research working paper 4211, Washington D.C. 2007.

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Sh. Chen, M. Ravallion, The developing world is poorer than we thought, but no less successful in the fight against poverty, Policy research working paper 4703, Washington D.C. 2008.

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World bank, Global purchasing power parities and real expenditures. 2005 international comparison program, Washington D.C. 2008.

 

Bruna Ingrao (ordinario di storia del pensiero economico presso la facoltà di scienze politiche università di Roma “La Sapienza”)

L’economia oltre l’economia

Articolo ripreso da http://www.sbilanciamoci.info. (link originale:http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/L-economia-oltre-l-economia-2643)

Con la bancarotta del mainstream tornano i giganti del passato, da Marx a Keynes: sulle loro spalle possiamo camminare ma non accomodarci

La crisi che s420MarxKeynes-420x0ta colpendo l’intero globo fa sorgere in molti ambienti, anche assai diversi fra loro, domande sulla validità della teoria economica. Development, una rivista multidisciplinare lontana dal mainstream dominante nell’accademia e nelle istituzioni economiche, sta per fare uscire un numero speciale dedicato alla questione se non sia tempo di andare “beyond economics”. The Economist, sempre decisamente a favore del liberismo economico e politico, dedica l’editoriale e due altri articoli del numero del 18 luglio alla crisi della teoria economica. A dispetto di quanto teorizzato e assicurato da molti economisti anche nel recente passato, l’economia mondiale è precipitata nella crisi più grave dagli anni ’30 della Grande Depressione. Il continuo processo di deregolamentazione, liberalizzazione e assottigliamento degli interventi pubblici non ha prodotto quello che la teoria diceva. La fede incondizionata dell’economia nel mercato e nelle sue capacità autoregolative è stata violentemente messa in crisi dalla realtà. Non è quindi il caso di andare al di là dell’economia e affidarsi ad altri strumenti per comprendere quello che avviene e come uscire dalla crisi?

Ma che cos’è l’economia? È davvero possibile pensare questa disciplina come un corpo monolitico che condivide metodi, analisi e ideologie? La risposta da dare è decisamente negativa e per dimostrarlo si possono richiamare i contributi di tre economisti che non sono assimilabili al mainstream attuale e che offrono importanti indicazioni per la comprensione della reale dinamica delle economie di mercato e delle loro inerenti contraddizioni. Sono tre economisti che appartengono al passato più o meno recente: Marx (1818-1883), Keynes (1883-1946) e Minsky (1919-1996).

Marx analizza il modo in cui l’ineliminabile conflitto distributivo tra redditi da capitale e redditi da lavoro spiega in ultima analisi le crisi che periodicamente colpiscono le economie di mercato. Keynes mostra come le economie capitalistiche possano precipitare in una trappola di persistente stagnazione, o semi-stagnazione, da cui è difficile uscire se non grazie a significativi interventi pubblici di diverso tipo e natura. Minsky, infine, analizza il funzionamento di complessi e sofisticati mercati finanziari e mostra come le economie di mercato siano periodicamente attraversate da fasi di grande ottimismo che portano a esposizioni debitorie non sostenibili e il conseguente insorgere di crisi. Il patrimonio analitico e teorico lasciatoci da questi economisti, così come da altri, non dovrebbe essere sottovalutato, né tantomeno dimenticato.

Questi economisti sono stati largamente ignorati dall’economia mainstream per molto tempo. Oggi, nel mezzo dell’attuale crisi, alcuni cominciano, seppur timidamente, a rifarsi ai loro contributi per tentare di meglio comprendere gli eventi correnti e trovare soluzioni che non siano la semplice fede nelle capacità taumaturgiche del mercato. Chi, fuori dal mainstream, ha sempre richiamato l’importanza di questi economisti oggi va giustamente orgoglioso di quanto si sta verificando.

Questo però non può giustificare alcun tipo di compiacimento. Va bene richiamare i “giganti” del passato e trarre ispirazione dai loro contributi, ma sarebbe errato pensare che il semplice studio delle loro opere e la diffusione del loro pensiero siano sufficienti per far fronte alla crisi attuale e per condurre efficacemente un dibattito critico con il mainstream. Al contrario, è necessario un grande impegno innovativo e creativo per far fronte ai problemi di oggi, che non si può pensare siano immutati rispetto a quelli considerati da Marx, Keynes o perfino Minsky. Come diceva proprio Marx, la storia non si ripete mai due volte.

La semplice enumerazione di alcuni dei pressanti problemi odierni ci dà un’idea di ciò. Il ruolo delle nuove grandi economie emergenti (Cina, India, Brasile), la natura pervasiva dei problemi ambientali e climatici, i problemi di genere sia nel mondo ricco che in quello povero sono tutte questioni su cui gli economisti del passato hanno poco da offrirci. Per affrontare questi e altri problemi ci si può “sedere sulle spalle dei giganti”, ma per andare più lontano e non semplicemente per una comoda passeggiata disquisendo sulla loro grandezza.

 

Claudio Sardoni (ordinario di Economia, Facoltà di scienze politiche Università di Roma “La Sapienza”.)

Perché il Giappone è differente?

Articolo ripreso da http://www.sbilanciamoci.info. (link originale: http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/Perche-il-Giappone-e-differente-26799)

corsi-di-giapponese-padovaI confronti internazionali per le performances dei mercati del lavoro tornano oggi di rilevante attualità. Perché i tassi di disoccupazione (o di occupazione) divergono anche di molto fra paesi, anche a fronte di una loro comune esposizione ai trend strutturali ed eventi ciclici che agiscono oramai su una scala globale?

Il pensiero “mainstream”, nell’accademia, ma in modo ancor più insistente e pedante, nella divulgazione del “verbo” da parte delle istituzioni internazionali quali il FMI, OCSE, ecc., associa regole e caratteristiche istituzionali dei mercati nazionali del lavoro alla loro performance di attivazione occupazionale. Di qui, l’esemplificazione per paesi virtuosi, che devono ispirare, in qualità di “benchmark”, i percorsi di riforma dei paesi “deficitari”. Ma indagini più approfondite, o il semplice passaggio dei cicli, hanno spesso rivelato le fragilità di questi “modelli”. Spagna ed Irlanda erano considerati casi esemplari negli anni novanta; il caso olandese con tassi di occupazione fra i più elevati si è rivelato associato alla più elevata incidenza di un lavoro “part-time” nel mondo (fino all’80% fra le donne). Oggi, nel contesto europeo, la storia di successo esemplare si identifica con il “Modell Deutschland”.

Chi scrive crede che gli esiti occupazionali siano, principalmente, il risultato delle dotazioni di capacità tecnologiche e di capitale umano dei paesi. Gli istituti regolativi, le prassi di relazioni industriali, l’efficienza dei servizi di supporto a migliori esiti occupazionali, sono fattori incidenti, ma quando agiscono in complementarità al dinamismo di fondo di un’economia. Ancora, le “success stories” spesso hanno limiti e lati oscuri, spesso sottovalutati dalla prosa elogiativa dei rapporti ufficiali. Ma sul modello germanico lascio spazio alla riflessione dei più competenti.

La mia storia ed esperienza mi portano ad un rinnovato interesse per una riflessione sul caso del Giappone: paese certo geograficamente e culturalmente più distante, ma che condivide con contesti europei di paesi “maturi” problematiche quali l’emergere dei nuovi competitors, fenomeni di delocalizzazione industriale, tassi di crescita mediamente modesti, l’invecchiamento della popolazione, ed altri ancora. L’attenzione degli osservatori internazionali sul “modello” giapponese era stata ampia intorno agli anni ottanta del secolo passato, quando il successo, e talvolta il primato, della sua capacità manifatturiera aveva attratto l’interesse degli studiosi intorno alle “specificità giapponesi”, per il contesto istituzionale e in particolare per gli aspetti funzionali del sistema di relazioni industriale e organizzazione del lavoro. “Life-term Employment”, la flessibilità funzionale degli orari e delle remunerazioni di fatto legate alla incidenza delle componenti di “bonuses”, la concertazione, ogni anno ad inizio primavera, delle concessioni salariali legate a previsioni o obiettivi di produttività: queste, ed altre caratteristiche di un modello “tipicamente nipponico” vennero allora proposte come caratteristiche contestuali alla radice della buona produttività, e bassa conflittualità, del lavoro in Giappone.

Il “decennio perduto” degli anni novanta, con il crollo della bolla immobiliare seguita da una prolungata stagnazione, associata anche ad una diffusa sofferenza del sistema bancario e finanziario in senso più lato, hanno forse contribuito a ridurre a livello internazionale la percezione di valenza positiva del modello giapponese. L’emergere, più recentemente, della Cina, come potenza egemone nel contesto Est-asiatico, ha acuito il senso di una “marginalità insulare” del Giappone nel contesto geo-politico.

Paradossalmente, l’esperienza del Giappone torna oggi a suscitare nuova attenzione, proprio a fronte delle implicazioni più inquietanti della stagnazione economica nei paesi dell’area Euro. L’esperienza di “ristagno deflazionistico” è stata, come noto, anticipata di due decenni precisamente dal Giappone. Una politica espansionistica per aggredire la deflazione (e ancor più, le aspettative deflazionistiche) è oggi al centro della “missione” proclamata dal governo di S. Abe (percepito come il “più a destra” nella esperienza post-bellica).

I prezzi al consumo in Giappone hanno segnato tassi negativi di variazione in 11 degli ultimi 20 anni, con pochi episodi inflattivi (appena +1.8 % nel 1997 e +1,4% nel 2008) che coincidono con gli aumenti delle aliquote dell’imposizione indiretta. Per i prezzi alla produzione, il relativo indice, con 2010=100, si situa adesso intorno a 98, rispetto a 110 del 1995. Il tasso di crescita del PIL reale da inizio secolo è stato in media annua dello 0,88% (1,22% nell’EU, 2,02% negli USA). Solo negli ultimi due anni, l’impatto di una “Abenomics”1, certamente meno austera del “Fiscal Compact” ha consentito modesti segnali di ripresa lì, a fronte della “double dip” recessiva qui. Al di là di necessari approfondimenti, il quadro macroeconomico di medio termine del Giappone ha segnato lo scenario di un ristagno deflazionistico, prima e più persistentemente, rispetto ad altri contesti.2

Ecco allora il punto: accade che, secondo la più recente rilevazione delle forze di lavoro (agosto 2014), il tasso di disoccupazione totale del Giappone viene segnalato al 3,7%. Questo dato, secondo il commento autorevole del governatore della Banca del Giappone H. Kuroda, sarebbe vicino al 3,5%, considerato di “piena occupazione” al netto della componente frizionale.3 Il tasso di disoccupazione, dall’inizio della “Grande Recessione” nel 2008, ha conosciuto un picco al 5,5% a metà 2009, per poi scendere fino al dato attuale; il numero degli occupati, sceso di circa due milioni di unità nella recessione, ha recuperato oggi circa metà di tale calo. A completamento del quadro comparativo, ricordo che, sia per i tassi di occupazione, che per i confronti di uno standard di vita (PIl pro-capite in PPA) i valori giapponesi non risultano molto diversi rispetto a quelli che prevalgono nei contesti europei più avanzati (un vantaggio giapponese, 81% contro 76,5% della UE, per il tasso di occupazione nelle classi centrali; un leggero deficit per il Pil pro-capite in $-PPA, 35317$ contro 36543$; ma il valore è certo superiore a quelli del “sud” dell’Europa…).

Questi tassi di occupazione/disoccupazione sembrano allora di difficile razionalizzazione, a fronte delle performances tutto sommato modeste dei “fondamentali” macroeconomici del medio periodo. Non vale oggi, a mio avviso, il dubbio di una non comparabilità degli indicatori statistici. I criteri standard ILO sono oggi comunemente applicati, e l’ufficio statistico giapponese è forse fra i più accurati nel fornire indagini di dettaglio per composizioni occupazionali, differenziali salariali, ecc.

L’elevata attivazione del lavoro anche in un contesto di bassa crescita, e più spesso, di deflazione, appare pertanto come una esperienza apparentemente anomala, che rinvia ad analisi delle strutture produttive, caratteristiche istituzionali, relazioni industriali, ed infine, delle “norme sociali” in senso più ampio, che possono caratterizzare il caso. Questo richiede studi e riflessioni più approfondite rispetto allo spazio occasionale. Mi limito quindi a richiamare poche caratteristiche di un “sistema giapponese di divisione ed organizzazione sociale del lavoro”, note certamente agli esperti, ma che sfuggono talvolta ad un pubblico più ampio.

Prioritario allora appare ricordare che il Giappone si caratterizza, da sempre, per la polarizzazione duale nei modi di impiego del lavoro. Anche se oggi sono ampiamente diffuse le fattispecie intermedie, l’espressione più radicale di tale dualità si è posta nel contrasto fra un “contratto implicito a vita” (“Life-term Employment”), che ancora copre i mercati “interni” del lavoro di segmenti privilegiati, – “white collars”, ma anche addetti operativi qualificati, presso imprese, o altri enti privati e pubblici, con una certa consistenza dimensionale – da una parte, e la diffusione del c.d. “Arbaito” (allitterazione dal sostantivo tedesco…) dall’altra, in cui fra le parti si concorda, fra “persona e persona”, per la remunerazione oraria e le ore complessive, di un rapporto di lavoro delimitato nel tempo e liberamente terminabile dalle parti. Rimane, in tutto questo, di fatto una discriminazione di genere, per cui i percorsi stabili coprono essenzialmente maschi “prime age”.

La tenuta dell’occupazione, e il suo recupero più recente dalla crisi, appaiono allora di fatto ascrivibili alla crescita di questo comparto di lavori “Hiseiki” (traducibile, letteralmente, come “atipico”). La crescita, ad es. del “part-time”, che rappresenta la parte maggioritaria dei contratti atipici in Giappone, ( e dove la nozione di tempo parziale è assai flessibile, da avvicinarsi a volte ad orari lunghi “quasi full-time”, ma non coperto dalle clausole di protezione tipiche dei contratti a tempo indeterminato) è ben descritta dal grafico, che riportiamo da una relazione recente del governatore della Banca del Giappone.4

Ma la progressione, apparentemente inesorabile al di là delle congiunture cicliche, di un lavoro precario è un fenomeno peculiare, o particolarmente accentuato, in Giappone, rispetto ad altri contesti? Un controllo preliminare su dati OCSE – che forniscono, separatamente, le incidenze dei lavoratori “temporanei” e “part-time” – davano i primi, al 2012, ad una quota del 17,8% in Giappone, a fronte del 15,2% per la EU a 17 paesi. (Per i “part-time”, Giappone 25,2%, EU 21,6%). La dualità fra “LTE” e “Arbaito” in Giappone appare allora certo un caso limite, ma non totalmente alieno, rispetto a pratiche diffuse in contesti a noi più vicini (es. percorsi professionali stabili versus “Minijobs” in Germania, ecc.). Un primo controllo sui dati indica anche che un vecchio mito, quello di una società giapponese relativamente egualitaria”, con scarti fra remunerazione di “managers” e di operativi relativamente contenuti per norma sociale implicita, non vale più, nel contesto odierno di incidenza crescente del lavoro atipico. Gli indicatori di diseguaglianza distributiva segnalano valori non molto diversi rispetto a paesi europei. Ad esempio, per il rapporto “80/20”, fra reddito medio del quintile più alto e quello più basso, indica un valore di 5,7 per il Giappone (es. 5,5 in Italia).

Ma allora, dovremmo ridimensionare le peculiarità di un “modello” giapponese? Siamo di fronte ad una riedizione aggiornata di un capitalismo “renano-nipponico”, che già fu contrapposto al capitalismo “anglosassone” in un notevole saggio di R. Dore?5 In tale contesto, i percorsi più qualificati di istruzione e formazione, insieme alle prassi di una flessibilità “interna” (orari, mansioni, ecc.) continueranno ancora a coprire un segmento primario, se pur in contrazione relativamente al potenziale totale, di lavoro. Cresce quindi, nel frattempo, la quota di popolazione costretta ad offrirsi sul mercato secondario, a redditi modesti se non minimali.

Giappone e Germania presentano, tuttavia, importanti differenze, sia pure all’interno di una comune e resistente vocazione verso produzioni manifatturiere di gamma alta. Vorrei confutare a questo punto un luogo comune, secondo cui l’economia giapponese sarebbe sostenuta in prevalenza da un orientamento “export-led”. Nel confronto internazionale fra paesi avanzati, il Giappone appare anzi fra le economie più “chiuse”: il rapporto Export/PIL (2012) era infatti al 12,1% in Giappone e al 39,9% in Germania! L’integrazione in un “Mercato unico” continentale in un caso, e l’insularità nell’altro, giustificano parte di tale differenza. Bisogna tuttavia riconoscere il fatto, per cui l’attivazione occupazionale in Giappone dipende in misura prioritaria dalle componenti interne della domanda.

L’interrogativo che ci si pone a questo punto è quindi, in quale misura l’elevata occupazione (con bassa crescita) nel caso giapponese sia legata ad una struttura della domanda particolarmente “employment friendly”. Bassa produttività in settori di servizi (ed agricoltura) protetti, l’elevato deficit pubblico, barriere non tariffarie all’import, ecc., sono spesso citati come fattori incidenti. Ma anche le caratteristiche di funzionamento e di aggiustamento ciclico del lavoro, le flessibilità “interne” dei mercati primari ed “esterne” su quelli secondari hanno un loro ruolo. Infine, rimarrebbero da considerare le peculiarità di una “specificità” giapponese nelle norme sociali implicite: ad es., un licenziamento senza “giusta causa” di un dipendente “primario” sarebbe scoraggiato non tanto da norme di legge, ma dalla riprovazione sociale che colpirebbe il datore di lavoro.

Infine, rimangono le difficoltà per giudizi di valore. Bisognerebbe riflettere e distinguere circa le caratteristiche di addizionalità, temporaneità, volontarietà (o piuttosto di discriminazione, persistenza, esclusione) che si possono associare alle fenomenologie di lavoro precario sempre più diffuso. Anche aspetti meno gradevoli, quali la persistenza di una subalternità femminile a dispetto delle legislazioni sulle “pari opportunità”, l’ostilità sociale e il blocco di fatto di un’immigrazione straniera non qualificata, e infine, un governo che invoca l’“orgoglio nazionale” per la ripresa ma evocando suggestioni sgradevoli per i paesi vicini, andrebbero inclusi nella valutazione.

Tutto questo richiede, evidentemente, una riflessione più ampia. Il Giappone rimane in ogni caso, a mia opinione, un caso di rilevante interesse, in una linea di ricerca più ampia che affronti la domanda “why employment rates differ” fra contesti geografici, sociali ed istituzionali diversi, nonostante i comuni vincoli e le circostanze imposte dalla “globalizzazione”.

1 Shinzo Abe, dopo le elezioni della camera bassa (dicembre 2012) e della camera alta (luglio 2013), dispone con il suo partito liberal-democratico, tradizionale formazione di orientamento conservatore del paese, di una maggioranza “monocolore”, dopo anni di governi di coalizioni di breve durata. La retorica dell’Abenomics ricorre alla tradizionale metafora giapponese delle “tre frecce”, che insieme non possono essere spezzate. La prima freccia è una politica fiscale dichiaratamente “keynesiana” che, nonostante un debito pubblico che si stima al 230% del Pil, ha previsto stimoli fiscali per 20,000 miliardi di yen (circa 150 miliardi di euro), prevalentemente sul lato della spesa ( incluso un significativo programma di rafforzamento militare); la seconda “freccia” è affidata alla Banca del Giappone, con la politica aggressiva di quantitative easing e l’annuncio di mantenere il tasso monetario di riferimento allo zero, finché l’obbiettivo di una inflazione positiva vicina al 2% non sarà stato avvicinato; la terza “freccia” rimanda a enunciazioni di “riforme strutturali” atte a favorire competitività e ammodernamento per settori manifatturieri e di servizi del paese. Una valutazione di successi e rischi della Abenomics richiede una ulteriore occasione.

2 I dati comparativi sono elaborati a partire dai database liberamente disponibili presso http://stats.oecd.org.

3 H. Kuroda “Deflation, the Labor Market and QQE”, Remarks at the Economic Policy Symposium held by the Federal Reserve Bank of Kansas City, August 23, 2014, p.1.

4 Chart 3 in Kuroda, cit.

5 R. Dore, Stock Market Capitalism, Welfare Capitalism. Japan and Germany versus the Anglo-Saxons, Oxford University Press, 2000.

Paolo Piacentini (ordinario di economia del lavoro presso la facoltà di scienze politiche, Università di Roma “La Sapienza”)